LA STORIA RACCONTATA DAI "RAGAZZI D'UN TEMPO" DELLA SCUOLA MEDIA
DI MOROZZO

I LIGURI BAGIENNI.
Intorno al VII-VI secolo a. C. boschi enormi, paludi estese e terre
incolte predominano nel nostro territorio.
Spariti in silenzio i misteriosi pastori del monte Bego, ecco affacciarsi
nella provincia di Cuneo i Liguri Bagienni (vasto NOMEN che
comprendeva più tribù, confederatesi in funzione anti-gallica) dei quali
ricordiamo centri ad Alba (poi Alba Pompeia), Bennae (poi Augusta
Bagiennorum) e Brigodorum sul= Pesio (poi Bredulum) .
Vivono in capanne di paglia e legno e poco alla volta affrontano la
foresta, praticando vaste radure collegate da piste. Non portano abiti a
forma di tunica, ma per il freddo pantaloni avvolti da cinghie che
chiamano "bracas" e mantelli di agnellone: i "sajun".
Conducono una vita dura, non priva di pericoli e nelle loro fatiche
vengono accompagnati dalle donne, abituate come gli uomini al lavoro
manuale.
Si dedicano alla caccia (soprattutto cinghiale) ed all'allevamento (suini
sul piano selvoso ed ovini nei terreni incolti); in seguito coltiveranno
l'orzo, la segale ed il frumento. Varrone, scrittore latino del primo
secolo a.C., osserva come i Bagienni, prima di trebbiare il grano,
usassero preparare le aie cospargendole di sterco vaccino, diluito con
fango e successivamente le coprissero di rami fronzuti.
I Liguri Bagienni esprimono i loro sentimenti religiosi con una specie di
venerazione verso gli spiriti protettori dei luoghi divinizzando gli aspetti
della natura che li circonda: fiumi, fonti, piante.
Diverse iscrizioni ricordano il faggio considerato come una divinità ed
un culto particolare va anche alle erbe salutari.
Dopo la conquista romana, si diffonderà il culto della dea Vittoria e
verrà accolto il dio Silvanus (facilmente assimilabile dalla popolazione
locale per le caratteristiche di divinità agreste) .
Le guerre condotte dai Romani contro i Bagienni sono lunghe,
estenuanti, ridotte spesso ad una logorante guerriglia, questi ultimi
verranno sottomessi definitivamente dopo il 173 a.C. I Romani non
modificheranno che in minima parte l'economia locale ed i principali
contributi che essi daranno saranno rivolti al campo del commercio ed
alla costruzione di fornaci (fabbricazione di laterizi e fittili).
I mercanti romani pioveranno nel nostro territorio come avvoltoi insieme
ai negozianti di. bestiame ed agli appaltatori di strade.
EPOCA ROMANA : ANTIBO.
Documenti importanti testimoniano la presenza romana nel territorio di
Morozzo-Crava-Rocca de Baldi-Margarita: un'olpe globulare, un
frammento di epigrafe conservati al museo civico di Cuneo ed una tomba
romana di circa due metri di lunghezza, rinvenuti nei pressi dei nostri
paesi.
L'abate Pietro Nallino, autore dell'opera "Il corso del fiume Pesio", edita
nel 1791 era convinto che nel 96 d. C. sotto l'impero di Marco Cocceio
Nerva, nel territorio attualmente occupato da Morozzo, esistesse una
città abbastanza estesa chiamata Antibo.
E' comunque certo che in epoca tardo romana sul monticello del
Brichetto sorgeva un fortilizio costituito da una torre fortificata
circondata da una palizzata. -
La posizione di tale fortilizio era strategicamente importante in quanto
era prossima ad un guado ed all'incrocio di vie di grande comunicazione
tra cui la via Monea o via del sale che collegava Carrù-Morozzo-Val
Vermenagna-Colle di Tenda e Nizza.
Il territorio circostante era ricoperto in prevalenza da boscaglie
alternate a radure in cui si estendevano pascoli, colture e qualche
insediamento umano.








I BARBARI.
Il disgregamento dell'Impero romano favorisce le invasioni barbariche
che, attraverso la pianura padana, giungono nel nostro territorio. Unni,
Goti, Vandali saccheggiano villaggi e città, lasciando dietro di loro
desolazione ed incendi.
Verso la metà del 500 arrivano i Longobardi che percorrono la nostra
regione diretti in Provenza, ma vengono ricacciati dai Franchi che
occupano le valli alpine dove hanno creato degli sbarramenti di difesa o
"chiuse".
Stanziatisi nel territorio, i Longobardi confiscano le proprietà ed
obbligano gli abitanti a consegnare un terzo del prodotto ai nuovi duchi
che ora comandano nella nostra terra.
Nel 774 Carlo Magno, re dei Franchi, li sconfigge e conquista l'Italia
settentrionale, trasformando i ducati in contee. Morozzo, Margarita,
Framello (Crava), Fraverge (Rocca) entrano a far parte della contea di
Bredulo (Breolungi vicino a Mondovì).
Le invasioni barbariche non sono però ancora terminate; nel 905 i
Saraceni scendono nelle nostre valli e raggiungono Pedona (Borgo
S . Dalmazzo) , radendola al suolo.
Morozzo e, soprattutto, Rocca oppongono una strenua resistenza a
queste scorrerie, ma il passaggio dei barbari lascia le nostre zone quasi
deserte e completamente distrutte.
I BARBARI E LA LORO EREDITA'.
Il ricordo dei Longobardi sopravvive in molti nomi di paese ed in varie
usanze.
Non abituati a stare in casa, per ripararsi d'estate dal sole costruivano
contro le abitazioni dei pergolati di assi che chiamavano "laubie" (poi
diventate lobie). Ancora oggi i nostri contadini chiamano "lobia" la
balconata in legno che corre sul frontale delle case di campagna.
Costoro inoltre, di professione allevatori di bestiame (quindi nomadi) si
presentavano a squadroni alle grandi fattorie, ammazzavano chi si
opponeva e si dividevano, mediante estrazione a sorte (chiamata lot) i
poderi.
Questo vocabolo indica oggi un noto gioco a sorteggio "il lotto".
A volte i Longobardi si trasformavano in contadini e formavano piccoli
villaggi rurali che chiamavano "braida" o
"breit".
Il loro ricordo sopravvive ancora nei nomi di molte famiglie: Bertramo,
Braida, Baldo, Gastaldi, Gandolfo, Ghisolfo, Gerbaudo, Longobardi,
Lombardi.
Il ricordo delle invasioni saracene sopravvive in molti vocab i arabi
rimasti nel nostro dialetto come "baita" (casa in arabo), "cosa" (kusa:
zucca in arabo). Non dobbiamo dimenticare che ci hanno lasciato anche
un frutto squisito, la susina che noi chiamiamo "el ramasin" (esatto
nome arabo saraceno).
Il ricordo delle scimitarre dell'Islam rivive tuttora nella toponomastica
locale. In valle Pesio, sopra Vigna, ricordiamo Tetti Mauri e Valle dei
Mauri, mentre sopra Frabosa abbiamo Monte Moro.
Ci sono inoltre famiglie che portano il nome di: Saraceno, Moro, Mauri,
Mora, Marabotto, Taricco.





ALTO MEDIOEVO VERSO IL MILLE.
Il primo signore di Morozzo, a cui si può fare riferimento storico, é un
certo Eremberto, figlio di Gezone (o Rozone) di Scolezano, di famiglia
franca che in un documento del 981 dopo Cristo viene citato come
signore "de Morocio", territorio appartenente alla contea di Bredulo
(Breolungi) .
Esisteva allora un castello murato, costruito su un terrazzo fluviale,
detto il Brichetto, circondato da una grossa muraglia formata da ciotoli
di fiume disposti a forma di rozza spina-pesce. All'interno della cinta vi
erano una torre di difesa ed una cappella dedicata alla Vergine. Il
territorio dei signori di Morozzo andava dal torrente Pogliola al fiume
Stura, si protendeva fino a Carleveri, Pasquero, Crava, Riforano,
Margarita, S.Biagio, Rocca de Baldi e raggiungeva la valle Pesio. Per la
difesa erano state innalzate varie torri ed un castellotto (Margarita) nei
punti strategici.
All'interno poi di questo territorio vi erano proprietà conventuali
costruite sui terreni donati dai nobili del luogo alle abbazie; il priorato
di 5. Biagio, quello di S . Quirico, il convento di Santo Stefano, la
cascina della Fabbrica, presso Consovero, un monastero di Sant'Anselmo
presso il fiume Stura, il monastero cistercense di Santa Maria della
Carità a Pogliola.




LEGGENDE.
Numerose leggende ravvivano la storia dei nostri paesi: sono
interessanti e spesso hanno un fondo di verità. Abbiamo raccolto le più
conosciute e le più significative, atte a spiegare usanze e credenze
proprie delle nostre zone.
LA BELLA MORAllA.
L'imperatrice d'Oriente Eiidossia, per vendicare il marito Valentinano III
assassinato da Petronio Massimo, chiamò in Italia il re dei Vandali che
già aveva occupato l'Africa.
Questi giunse non solo con i suoi Vandali, ma con molti arabi desiderosi
di arricchirsi. Tra loro c'erano alcune donne tra le quali la più bella
era una cartaginese, chiamata da tutti "La Morazza". La bella Morazza,
dopo aver girovagato per la Liguria, giunse a Morozzo e si stabilì in un
palazzo sulla collina del Brichetto. Era una donna molto generosa e bella
e per questo molto amata dal popolo, ma era anche molto crudele e
volubile in amore.
Un giorno la Morazza stava attraversando un fragile ponte; quando
questo si spezzò ed ella cadde in acqua. La scena fu vista da Vicio,
prode soldato di ventura, che si affrettò a soccorrerla.
Nacque così un grande amore che si concluse con il matrimonio.
Vicio, durante una partita di caccia, conobbe un nobile del luogo, ne
divenne amico e lo invitò a cena. La bella Morazza cucinò per l'occasione
un piatto africano a base di cavallette fritte. I due uomini ne furono
disgustati e Vicio litigò aspramente con la moglie.
Per ripicca la donna cominciò, ad intendersela con il nobile e, durante
un'assenza di Vicio, incendiò il palazzo e fuggì con l'amante.
Al ritorno Vicio fu informato del fatto e venne a conoscenza del luogo
ove si erano rifugiati i due fuggitivi. Li raggiunse. Ne seguì una
violenta lite: la Morazza afferrò un pugnale e trafisse il marito che,
prima di morire, riuscì a decapitarla con la sciabola.
La donna fu sepolta in cima al colle del Brichetto e con lei un tesoro in
monete e gioielli che però non fu mai trovato.
LA PIETRA CAGNA.
Nei pressi di Morozzo, in una località denominata Troglio, esisteva una
grande pietra dalla curiosa forma di una grossa cagna, con tre o
quattro mammelle per parte ed un abbozzo di orecchie.
I contadini del luogo se ne servivano per far peso sull'erpice ed arare
in profondità il terreno.
Un giorno un certo Giovanni della Luna (così soprannominato perché
amava girovagare di notte) sedeva sopra questo masso quando
all'improvviso vide spuntare il Bighellone, un povero demente, ricoperto
da un lenzuolo a foggia di fantasma che gli intimò con fare minaccioso di
aiutarlo ad avvolgere la pietra nel lenzuolo perché c'era chi tramava di
portarla via per sempre.
Ne fecero così un fardello e con tale pesante carico si avviarono verso il
Brobbio.
Improvvisamente la pietra sfuggì dalle loro mani, rotolando
rovinosamente nel torrente, seguita dal Bighellone che finì anche lui in
acqua. Eccolo però emergere tra le mille schegge di pietra in cui si era
frantumato il masso del Troglio ed indicare con le braccia quattro
cuccioli d'oro. La leggenda ci fa sapere che il Bighellone in seguito si
inginocchiò, adorando le pietre come se fossero divinità.
NASCITA DI MARGARITA
La nascita del paese di Margarita é legata a molte leggende
assai diverse fra di loro. Vogliamo illustrarne alcune:
1) Margarita sorse accanto ad una cappella costruita dai frati
benedettini che si dedicavano alla bonifica dei terreni paludosi dei
dintorni (Praforchetto). Tale cappella sarebbe stata la prima chiesa
dell'antico borgo inglobato nel "Ricetto" (Ghetto).
2) La primitiva cappella, dicono altre fonti, è stata costruita da una
signora del luogo in onore di S . Margherita, protettrice delle partorienti,
dopo un parto particolarmente difficile in cui la dama avrebbe rischiato
la propria vita insieme a quella del nascituro.
3) Margarita deve il suo nome a Marina o Margherita di Antiochia,
vergine e martire cristiana all'epoca delle persecuzioni di Massimiano e
Diocleziano.
Una statua, custodita nella chiesa parrocchiale, la raffigura con la palma
in mano, simbolo della purezza e verginità, mentre schiaccia la testa ad
un mostruoso drago, il demonio, che , tentandola, cercava di farle
rinnegare la fede.
4) Margarita era una località in cui "i margari", allevatori nomadi,
trascorrevano i mesi invernali. Con le loro mandrie scendevano a valle
in settembre (8-10 settembre) per svernare nelle stalle di Margarita `e
consumare il foraggio accumulato sui fienili durante l'estate. Si
fermavano fino al 24 giugno, festa di S . Giovanni (secondo protettore di
Margarita), quando risalivano ai pascoli di montagna.
S . BERNOLFO (O BERNULFO).
S. Bernolfo è molto conosciuto e venerato nei nostri paesi, anche se a
lui non sono dedicate cappelle o chiese.
Le reliquie di questo santo sono racchiuse nella cattedrale di Mondovì,
sede della nostra diocesi. La leggenda legata al suo martirio fa parte
della nostra storia locale.
I saraceni avevano presso Pogliola una loro base fortificata, dove ora
esiste la cascina detta "la Sarasina". Quando alcuni baroni francesi nel
975 d.C. vinsero i saraceni a Frassineto, la gente dei nostri paesi,
stanca di razzie e rappresaglie, trovò il coraggio di affrontarli e
scacciarli dalla fortezza di Pogliola, in cui erano insediati circa 500
soldati. Dopo un lungo assedio, i saraceni furono vinti e massacrati;
della loro fortezza rimase solo la torre. S . Bernolfo, allora vescovo di
Mondovì, fu uno dei maggiori nemici e li combattè accanitamente. Venne
però catturato durante una sortita e martirizzato insieme a molti altri
fedeli. Tutti ebbero sepoltura comune nel torrente Pogliola presso cui
sorse una cappella. In seguito le reliquie furono traslate a Mondovì
(1514).
IL BEATO FENOGLIO.
Verso la fine del secolo XIII un monaco, Guglielmo Fenoglio, proveniente
dalla Certosa di Casotto, si stava recando a Consovero dove i Certosini
avevano molte terre.
All'improvviso incontrò i briganti che allora infestavano le vie della zona
. "Che la pace sia con voi!", fu il saluto del frate, ma essi avevano
ben brutte intenzioni.
Vistosi in pericolo, il povero monaco venne difeso dall'asino che iniziò a
scalciare. Ad un tratto un brigante, con un terribile fendente tranciò di
netto la zampa dell'asino! Prontamente il frate l'afferrò e con questa
iniziò a dare grandi colpi a destra ed a sinistra per difendersi
dall'assalto finché non arrivò il conte di Morozzo: Ardizzone.
I briganti vennero catturati e la leggenda ci fa sapere che iî frate
riattaccò nuovamente la zampa all'asino, ma... all'incontrario!
SANT'ANTONIO DEL PORCO.
La venerazione di Sant'Antonio é molto viva nei nostri paesi, specie in
Margarita.
S .Antonio é un santo monaco egiziano vissuto nel 11 secolo d. C. A 35
anni, disgustato della vita dissipata della sua città, si ritirò nel deserto
dove morì ultracentenario, dopo aver fondato un monastero ancor oggi
esistente.
Le sue reliquie, portate in Francia, durante un'epidemia guarirono gli
ammalati del "fuoco sacro o fuoco di Sant'Antonio": una specie di erpes
che causava forti bruciori e la disintegrazione dei tessuti cutanei
soprattutto alle mani.
Da allora nella festività di 5. Antonio era uso medioevale accendere
grandi falò ed adoperare le ceneri per applicarle sulle ferite.
Da noi era molto diffusa, a causa dell'estrema miseria, la pellagra che
generava piaghe e bruciori dolorosi. All'inizio del secolo XI alcune
persone, seguendo la regola di Sant'Antonio, si dedicarono alla cura di
questa malattia applicando il lardo dei maiali sulle piaghe per lenire il
dolore e favorire la ricomposizione dei tessuti. Esse tenevano grandi
allevamenti di porci che nessuno osava toccare o rubare, perché
considerati sacri a Sant'Antonio. Per questo il buon santo eremita é
effigiato col porco che gli esce di sotto il saio. A Margarita esiste
ancora la casa in cui il monaco aveva ricovero ed allevava maiali presso
quella che oggi é la Confraternita di Sant'Antonio Abate.
FONTANA DI SANTO STEFANO.
Nella ripa a Sud della cappella di S . Stefano, che sorge sulla sinistra
della strada, uscendo da Morozzo, in direzione di Cuneo, sgorgava un
tempo una sorgente "miracolosa" detta "fontana di Santo Stefano".
Ad essa venivano attribuiti poteri benefici: era in grado di curare
ferite, dolori ed infezioni di vario genere. Bastava bere a volontà di
quell'acqua o usarla per impacchi per avere assicurata la guarigione.
Oggi la sorgente é parte di un allevamento ittico detto "La Peschera".
CHIAVE DI SANTO STEFANO.
Un oggetto prezioso per i Morozzesi é la "chiave di Santo Stefano" : una
grossa chiave dalla forma particolare alquanto strana, conservata oggi
nella sacrestia della chiesa parrocchiale. Ad essa si attribuivano poteri
notevoli. Quando un animale si ammalava, i contadini si recavano dai
massari custodi e si facevano dare la chiave con cui toccavano l'animale
che presto si riprendeva. Se un temporale o una tempesta minacciavano
il raccolto, la chiave veniva usata per benedire il paese e subito la
grandine diminuiva d'intensità e tornava la calma.
S. MAGNO.
Nelle nostre chiese si trova sempre, in una nicchia laterale, la statua di
S.Magno, di cui ogni anno si celebra la festa con la benedizione delle
campagne, degli animali e degli attrezzi agricoli.
Un tempo, quando il traffico non era così intenso come ai nostri giorni,
la statua del Santo veniva portata in processione, preceduta dalla banda
musicale e da due uomini a cavallo, fino alla cappella dedicata al Santo
che sorge poco fuori del paese.
Egli é rappresentato armato di lancia, vestito da soldato romano. La
leggenda vuole che egli fosse un soldato della legione Tebea,
convertitasi al cristianesimo e per questo condannata alla decimazione.
Per sfuggire alla morte, alcuni uomini si sono rifugiati nelle valli del
Cuneese. S.Magno trovò ricovero a Castelmagno dove si dedicò alla vita
eremitica. La fama della sua santità si diffuse in tutti i territori
circostanti. I pastori ed i contadini, fiduciosi del suo aiuto, si recavano
alla sua grotta ogni volta che si trovavano in difficoltà: a lui si deve
quindi la protezione delle campagne e del bestiame.
















VITA NEL MEDIOEVO: I NOBILI.
La potenza di un signore dell'alto Medioevo dipende principalmente dalla
sua ricchezza e questa si misura sulla quantità di terra da lui
posseduta, sui contadini ed i servi che la lavorano, sui boschi, sui
pascoli, le riserve di caccia che egli può sfruttare. La costruzione di
castelli, oltre ad assicurare la difesa del feudo e ad offrire rifugio ai
contadini in caso di pericolo, serve alla nobiltà per rafforzare il potere
di comando sui contadini stessi, dai quali il signore pretende una
quantità sempre crescente di prestazioni,
Tutti vantano capostipiti gloriosi, si sono dati uno stemma di famiglia,
esaltano le virtù guerresche degli avi e le tradizioni feudali. L'alta
nobiltà ha anche il diritto di banno, cioé il potere di dare ordini e di
imporne l'osservanza ai sottoposti.
I documenti mostrano una chiara gerarchia di importanza dei castelli: da
noi é in primo piano quello di Morozzo, la cui edificazione ha richiesto
notevoli investimenti e previsto più completi apprestamenti difensivi
rispetto a quelli vicini.
Non tutta la nobiltà é padrona di un feudo. Infatti, per impedire la
frantumazione dell'eredità , solo il primogenito può ereditare il feudo.
Gli altri fratelli (cadetti) offrono i propri servizi ad un grande
feudatario o si armano diventando cavalieri o scelgono la carriera
ecclesiastica.
I cavalieri, oltre a disporre del denaro necessario all'acquisto del cavallo
e dell'equipaggiamento completo (lancia, spada, mazza, elmo, veste
metallica o giaco, scudo) non dedicandosi alla gestione di terre,
impegnano il loro tempo nell'allenamento e nelle spedizioni militari. In un
mondo dominato dalla violenza e dalla guerra, anche i giochi riflettono le
abitudini e le passioni dei cavalieri. Ecco allora i tornei che sono molte
cose insieme: una festa, uno spettacolo, una gara, un'ostentazione di
coraggio, un affare economico...
Il torneo comprende prove diverse, che variano a seconda dei luoghi e
dei tempi. La prova più apprezzata é lo scontro fra due cavalieri
lanciati uno contro l'altro al galoppo con le lance spianate.
I NOBILI.
Il castello domina tutta la campagna circostante.
Al suo interno ferve un piccolo mondo autonomo, al cui comando vi é un
signore circondato da cavalieri, dame, soldati, servitori...
Intorno al cortile vi sono le scuderie, i forni, le cucine, il corpo di
guardia e l'arsenale; più internamente la sala da pranzo e delle riunioni,
l'abitazione del castellano, la cappella mentre nei sotterranei sono
allestite le prigioni ed i rifugi segreti.
I signori medioevali non sono fatti per vivere al chiuso. Amano l'aria
aperta, il movimento, hanno il culto della forza fisica e per questo,
accanto alla guerra, (considerata l'attività più nobile di un signore)
adorano anche la caccia, considerata un'ottima preparazione alla guerra.
Si inoltrano nella foresta a cavallo, preceduti dai battitori e seguiti
degli scudieri, cacciando daini e soprattutto cinghiali.
Nel castello il signore amministra la giustizia, convoca i sudditi, punisce
i rei, propone piani di guerra.
Mentre dame e damigelle si dedicano al ricamo, il feudatario, oltre ai
tornei, ama anche giocare a scacchi (quasi una battaglia in miniatura).
VITA NEL MEDIOEVO. IL CLERO.
Nella società feudale gli ecclesiastici ricoprono un ruolo di primo piano e
le unità ecclesiastiche (vescovadi, abbazie, parrocchie) sono tra le più
dotate di possedimenti, per cui non sorprende la corsa alla carriera
ecclesiastica che invoglia anche chi non ha la vocazione.
Mentre il clero secolare, a contatto con la gente ed il mondo, dipende
da un vescovo o arcivescovo che esercita la sua autorità su un
territorio chiamato diocesi, il clero regolare é rappresentato dai monaci
che vivono nei monasteri dove hanno preso i voti (celibato-povertà-
obbedienza), si sono impegnati ad osservare una regola e riconoscono
l'autorità di un abate.
Nell'ordine ecclesiastico coesistono tipi umani molto diversi tra loro per
prestigio e genere di vita.
I poveri preti di campagna, poco istruiti e dotati di magri redditi,
vivono in condizioni non molto diverse da quelle dei contadini. Infatti,
celebrata la messa, vanno al campo a zappare o a spingere l'aratro
assieme ai contadini.
I curati di città, i canonici delle cattedrali, i chierici delle corti
vescovili vivono in condizioni di discreta agiatezza.
Così pure tra i monaci c'é chi si dedica alla preghiera ed alla cultura e
chi alla gestione quotidiana dei patrimoni.
Essere monaco però vuoi dire, all'inizio e per secoli, dissodare,
drenare, prosciugare, irrigare, arare, e, più avanti, dirigere,
coordinare e sorvegliare il lavoro dei campi e dei vigneti, l'allevamento
del bestiame, il saggio sfruttamento delle foreste, la buona conduzione
dei vivai di pesci e degli alveari. Più istruiti dei contadini, più aperti
alle novità, rappresentano dei portatori di sapere e di applicazioni
pratiche.
Ai vertici delle due gerarchie, regolare e secolare, ci sono abati,
vescovi ed arcivescovi, provenienti da importanti famiglie signorili ed
allo stesso piano, per potere, ricchezza e comando, della più alta nobiltà
laica.
IL CLERO.
Mentre la regola del celibato viene scarsamente rispettata, si propagano
la corruzione e la simonia (vendita per denaro di sacramenti e di cariche
ecclesiastiche) e gli stessi contadini sono tenuti a pagare la "decima"
alla chiesa, cioè una tassa in proporzione ai raccolti della campagna.
Il popolo partecipa in massa alle cerimonie ed alle feste sacre perché
l'uomo del Medioevo ha della religione una necessità assoluta. Salvare la
propria anima e raggiungere il paradiso é l'obiettivo fondamentale di
ognuno e solo attraverso la chiesa é possibile raggiungere questo scopo:
ecco il perché dei numerosi lasciti a conventi ed abbazie.
Molto diffusi sono i pellegrinaggi anche se faticosi e pericolosi per la
presenza di banditi e la mancanza di strade.
Le mete principali sono Santiago di Compostela (Spagna), la Terra Santa
(Palestina) e Roma. Nella nostra zona grande sviluppo ha il
pellegrinaggio mariano alla Madonna del Brichetto.
Il pellegrino per lo più viaggia a piedi ed, a volte, se nobile, a cavallo.
Solo in caso di malattia può essere trasportato su carri. Si viaggia
solitamente a gruppi, accompagnandosi a mercanti.
I pellegrini finiscono per fungere da tramite per un fluire continuo di
grandi scambi socio-culturali.
Nelle nostre zone monasteri ed abbazie testimoniano la presenza di vari
ordini monastici: benedettini, certosini, cistercensi.
ARTIGIANI E CONTADINI.
Accanto ai nobili ed all'alto clero, l'altra grande classe sociale del
Medioevo é quella dei contadini ed artigiani (fabbri, carradori,
coltellinai ecc.) che lavorano dall'alba al tramonto per avere quanto
basta per non morire di fame.
L'agricoltura, attività predominante, richiede un enorme dispendio di
energia umana in quanto i contadini, privi di macchine ed attrezzi
adeguati, svolgono manualmente tutti i lavori e, la grande maggioranza
di essi, liberi all'epoca dei Romani, é scesa al rango di servi della gleba
(della zolla), -legati di padre in figlio alla terra che lavorano per conto
del signore.
Molti documenti confermano l'estrema situazione di sfruttamento cui
vengono sottoposti i contadini. Considerati una parte dei beni del
padrone, alla stessa stregua dei suoi animali e dei suoi campi, essi
hanno l'obbligo di compiere dei lavori gratuiti nel castello (le corvé)
anche tre giorni per settimana e di coltivare direttamente i terreni
padronali.
In compenso del loro lavoro, essi ricevono la concessione di coltivare un
podere (manso) dal quale ricavano i mezzi di sussistenza. Le terre
lavorate in proprio sono comunque soggette ad un tributo chiamato
"censo", corrisposto di solito in natura: cereali, uova, polli, maiali,
lana, tela di lino.
Il carico del contadino é ulteriormente appesantito da una serie di
imposte speciali quando si sposa e persino quando muore. Poiché tutti i
servizi di cui é fornito il territorio appartengono al padrone, bisogna
pagare per il loro uso: per il mulino, per il forno, per le tinozze dove
viene pigiata l'uva (chi cerca di fare da sé é multato con la confisca dei
beni). Inoltre i contadini pagano il PEDAGGIO per avere il diritto di
passare su una strada, il PONTATICO per attraversare i ponti, il
POLVERATICO per la polvere sollevata passando per la strada,
1'ERBATICO per tagliare l'erba nelle terre comuni, il ROTATICO per il
danno procurato dalle ruote sulle strade...
I prodotti che i servi della gleba consegnano al signore sono raccolti
nella corte, cioè nel complesso degli edifici
(magazzini, fienili) che sorgono attorno al castello dove vengono
conservati o lavorati dai contadini stessi o dai pochi artigiani che vivono
nella tenuta signorile. Gli artigiani sono pochi perché i limitati e
semplici bisogni di quell'epoca non richiedono grande varietà di prodotti
artigianali: all'interno del feudo si produce quasi tutto ciò che é
necessario e solo pochissime merci devono essere importate, quali il sale
ed il ferro con cui si fabbricano attrezzi ed armi. Ciascun feudo
costituisce una comunità indipendente ed autonoma dal punto di vista
economico.
Fame ed epidemie diventano l'incubo costante per contadini ed artigiani:
basta una cattiva stagione, un raccolto andato male che si scatena il
dramma.
I neonati, quando la povertà delle famiglie non consente di allevarli,
vengono abbandonanti nei campi, lungo i sentieri, davanti alle porte
delle chiese o dei monasteri oppure vengono addirittura uccisi
(soprattutto le femmine, meno utili nei lavori dei campi).
L'età media non supera in generale i trenta anni: l'alimentazione é molto
squilibrata e si basa prevalentemente su un unico alimento, la farina di
segale che, conservata in ambienti malsani ed inadatti, provoca la
proliferazione di un fungo tossico, l'ergotina, responsabile
di una malattia " il fuoco di S . Antonio" .
I contadini trovano talvolta nei boschi alimenti che integrano la loro
dieta: funghi, miele, castagne, noci..
Le loro case sono in legno con il tetto di paglia, canne, rami secchi.
Composte da un unico ambiente, hanno (ma non sempre) finestre strette
e senza vetri, pavimenti in terra battuta ed un rustico focolare che
serve anche per l'illuminazione.
L'arredamento é costituito da suppellettili domestiche molto semplici,
quasi sempre una panca e la lettiera, cioè un cassone ripieno di paglia.
La donna partecipa attivamente all'economia domestica: coltiva i campi,
cura l'orto, alleva animali, tesse il lino e la canapa per sé e per il
proprietario.
Per quanto la vita sia dura, i contadini non dimenticano gli inni di
ringraziamento durante i grandi lavori stagionali. Le antiche invocazioni
pagane, soprattutto alla Madre Terra, diventano preghiera.









IL MONACHESIMO NELLA NOSTRA ZONA.
La diffusione di istituti monastici nel nostro territorio fu notevole: i
priorati benedettini di San Biagio di Morozzo e de S . Quirico di Crava, il
convento certosino di Consovero, il monastero femminile cistercense di
Santa Maria della Carità presso Pogliola,
SAN BIAGIO DI MOROZZO:
Anticamente nello stesso luogo sorgeva una torre romana, costruita alla
confluenza dei torrenti Brobbio e Pesio. La prima chiesa pare risalga al
600 dopo Cristo; ampliamenti successivi (sec. XI-XIII) hanno mutato
completamente la struttura primitiva. Questo priorato dipendeva da San
Benigno di Fruttuaria ed era sotto la giurisdizione dei signori di
Morozzo. Aveva ampi possedimenti, donati dai signori del luogo o dai
fedeli, che nel 1400 vennero espropriati dal vescovo di Mondovì, il quale
tenne il monastero fino ai 1869. Da quel momento inizia la decadenza.
SAN QUIRICO DI CRAVA.
Sorge poco ad ovest di Crava verso Morozzo in posizione dominante sul
Pesio. La costruzione originale doveva essere composta da due fabbricati
ad uso abitazione, una cappella col campanile ed il cimitero. Si é
conservata meglio la cappella . La muratura é in cotto ed in pietre di
fiume o squadrate. La volta della navata centrale é a botte con lunette,
nell'abside si trovano affreschi del XVII secolo. Il campanile, non molto
alto, é sorretto da un contrafforte verso lo spigolo libero ed era
sormontato su un lato da una piccola struttura ad arco, che sorreggeva
la campana. Altra caratteristica architettonica da rilevare é l'ottima
fattura delle volte a crociera che coprono l'attuale stalla. La struttura
oggi visibile ha modificato molto la costruzione primitiva che può essere
riconosciuta solo dopo un attento esame. Dapprima questo priorato
dipendeva direttamente dal monastero benedettino di Breme, ma più
tardi passò sotto la dipendenza del Priore di Vasca.
In passato dovette godere di notevoli rendite, tra cui l'antico mulino di
Rocca De Baldi, risalente all'inizio del 1200. Anche questo priorato
passò alla chiesa monregalese, ma i priori non sottostarono mai al
controllo del Vescovo, si limitarono a versargli ogni anno una pensione.
Nel 1690 i beni di San Quirico erano notevolmente diminuiti; l'abate
Marco Morozzo ne ricostituì le rendite come si legge su una lapide
murata posta sulla porta d'entrata.
CONVENTO CERTOSINO DI CONSOVERO.
A circa tre chilometri da Morozzo é sita la cascina " La Fabbrica" nata
come possedimento dei Certosini di Casotto. A questi monaci si deve la
bonifica dei terreni circostanti, allora in gran parte paludosi. La
costruzione é interamente in muratura con la facciata d'ingresso ad
intonaco bianco.
Attraverso un androne situato al centro della facciata si accede ad un
cortile centrale quadrato con loggiato sorretto da colonne doriche in
laterizio attorno al quale si articolano i vani dalle volte a padiglione.
Uno scalone a quattro rampe con volte a crociera affrescato porta al
loggiato superiore. Sono presenti delle formelle decorative in cotto ed
un affresco sulla parete prospiciente l'aia. La costruzione risale al
secolo XII, ma fu adibita a convento nel 1568 quando i Certosini di
Casotto si trasferirono a Consovero, perché un incendio aveva distrutto
la loro Certosa. Nel 1670 si eseguirono numerose riparazioni, nel 1815 la
proprietà venne incorporata nei beni della corona imperiale e,
nonostante la richiesta del parroco di Morozzo (1816) di adibirla a
convento, rimase una cascina agricola " La Fabbrica". L'interno della
costruzione cela una cappella ancora ben decorata, adibita a ricovero di
prodotti agricoli, ed una piccola sacrestia con altare e decorazioni
recanti la data 20 novembre 1721.
SANTA MARIA DELLA CARITA'
Fu certamente il monastero più importante della nostra zona. Le sue
origini risalgono al 1176 quando tre illustri dame: Anna, madre di
Guglielmo di Morozzo, Agnese, moglie di Robaldo di Morozzo di Rocca De
Baldi e madre di Amedeo Pulisiello e Giordana, madre di Anselrno di
Brusaporcello, decisero di fondare il monastero cistercense, di chiudersi
in esso e di dedicare a Dio la loro vita. I signori di Morozzo donarono
loro molte terre vicine e lontane.
La costruzione sorgeva lungo il torrente Pogliola e lungo la via
Morozzenga che univa Morozzo a Mondovì. Esse si dedicarono a
soccorrere i poveri, alloggiare i pellegrini, educare le ragazze. Nel 1566
il Vescovo di Mondovì ingiunse al monastero di trasferirsi in Mondovì,
ma le monache si opposero cercando l'appoggio dei potenti signori locali.
Il contrasto ebbe fine nel 1592, anno in cui le monache si trasferirono a
Carassone. Di tutta la costruzione rimane solo un arco in pietra e cotto
a sesto acuto che delimitava l'ingresso. Del resto resistono l'ala di un
chiostro, due loggiati: più agile quello inferiore, più tozzo quello
superiore, i cui archi poggiano su pilastri cilindrici in cotto, ed alcuni
affreschi che stanno purtroppo andando in rovina.







ROCCA DE BALDI
Un antico documento del 1007 ricorda l'esistenza di un piccolo borgo
Faramello, nella contea di Bredolo a cui si fa risalire Crava: ancora oggi
una delle più antiche strade del paese si chiama "Faramello".
Un altro documento risalente al 1043 parla di Fraverge, un piccolo
villaggio che, secondo alcuni studiosi, sarebbe il primitivo nome di
Rocca De Baldi.
E' certo però che verso la prima metà del XII secolo un signore locale,
Robaldo Morozzo (de Morocio) fonda íl castello di Rocca De Baldi. Dal
nome di Robaldo (Ubaldo) viene in un primo tempo dato al borgo il nome
di "Rupe Ubaudi" , cioè rocca di Ubaldo e Robaldo.
Il borgo medioevale é certamente un avamposto ben difeso: ha la forma
di un triangolo protetto da due lati dalle ripe scoscese che scendono
verso Pesio e Pogliola, il terzo difeso da un fossato abbastanza profondo
e ripido, scavato dalle acque provenienti dalla pianura, una parte delle
quali cade nel Pesio e l'altra nel Pogliola.
La difesa é poi completata dalla presenza delle mura del castello e della
cosiddetta Bastia. Le mura circondano tutto íl paese con una robusta
cinta in cui si apre una sola porta, munita di ponte levatoio. La Bastia,
eretta nel 1300, é una piccola fortezza costruita sul luogo dell'attuale
Badia, che ha il compito di proteggere gli "airali", spiazzi all'esterno
delle mura in cui vengono custoditi paglia, fieno, letame che non
possono essere accumulati nello stretto borgo.
LOTTE MEDIOEVALI (XII-XIII SECOLO
Nella prima metà dell'undicesimo secolo i signori di Morozzo si
sottomettono al vescovo di Asti, íl più potente signore locale.
Diventando feutatari, i signori sono legati al vescovo da alcuni doveri:
pegamento del fodro (imposta) , fornitura di un contingente di soldati,
aiuti straordinari in caso di guerra. La potenza del vescovo però decade
nella seconda metà del secolo XI, quando sorgono e si sviluppano i
comuni di Mondovì e Cuneo formatisi dalla convergenza degli abitanti dei
paesi vicini: in contrapposizione al potere feudale del vescovo di Asti,
essi rivendicano il potere di reggersi autonomamente. Morozzo, Asti,
Saluzzo, Ceva retti da signori si trovano in lotta con i liberi comuni: i
feudatari temono lo sviluppo delle idee di indipendenza che minano il
loro potere.
Federico Barbarossa prima (1174), Federico 11 poi (1226) tentano di
impedire l'espandersi delle città libere: Mondovì e Cuneo partecipano alla
Lega Lombarda, mentre Asti si schiera con l'Imperatore. Sconfitti gli
Svevi, Cuneo e Mondovì cominciano ad allargare il loro dominio, si
rivolgono a Morozzo, allora grosso borgo, sede di mercato zonale,
cercano con tutti i mezzi di attirare in città il maggior numero di
Morozzesi per far nascere pretesti di liti con i signori del luogo.
Il Bressano, potente personaggio monregalese, pensa di approfittare del
fatto che Mondovì è più forte di Asti per occupare tutti i molini e forni
del Monregalese e per farsi attribuire tutti i diritti e le tasse che fino a
quel momento erano stati versati al vescovo di Asti. Assale nel 1240 con
un buon numero di cavalieri Rocca De Baldi ed altri presidi vicini ed
impone la giurisdizione di Mondovì.
Il 15 di quel mese, unitosi con milizie cuneesi, attacca Morozzo e, dopo
una dura battaglia, si impadronisce del castello murato, incendia i
palazzi del vescovo e di Arnaldo da Morozzo ed obbliga tutti i consignori
a farsi cittadini di Cuneo o di Mondovì. Margarita, Sant'Albano e Piozzo
passano sotto il controllo monregalese.
LA CAMPANA DEL BRICHETTO.
Durante l'occupazione dei castelli di Morozzo, il Bressano dà l'ordine di
calare dalla torre del Castelvecchio la campana detta "Morozzenga" e di
portarla a Mondovì come trofeo di guerra, nell'intenzione di issarla sulla
grande torre del colle fortificato, la torre del Belvedere.
Per motivi sconosciuti la campana rimane vario tempo abbandonata nel
cortile del fortilizio, finchè nel 1259 il Bressano , impacciato da quella
spoglia di guerra, (nel frattempo aveva firmato una tregua con i signori
di Morozzo) l'offre ai Frati minori per la loro chiesa, che sorge attigua
al fortilizio. I frati però non ne vógliono sapere per timore di trovarsi
impelagati in questioni giuridiche e la lasciano abbandonata in un angolo
del cortile fino al 1283. Finalmente decidono di accettarla in nome del
Papa e così la issano sulla torre che allora serviva da campanile della
chiesa.
Sebbene sia stata due volte rifusa (1477-1887) e resa più grande e
maestosa , tale campana esiste ancora: forse è una di quelle poste sulla
torre del Belvedere, la torre dei Bressano.
MOROZZO SCONFITTA.
Profilandosi la minaccia di un intervento del signori di Saluzzo in aiuto
al vescovo di Asti, Mondovì cerca un accordo con Morozzo e stipula
alcuni patti per la pace.
Gli abitanti di Rocca, Morozzo, Margarita hanno l'obbligo di pagare il
fodro; i banni, le ambascerie, dare aiuti militari e rispondere in
tribunale in Cuneo e in Mondovì.
La guerra però non é finita: i consignori di Morozzo non si rassegnano;
così nel 1249 Morozzo viene attaccata nuovamente dalle truppe di
Mondovì e Cuneo, é completamente distrutta e rasa al suolo, nonostante
i tentativi di Arnaldo da Morozzo di offrire la sua proprietà ai
Bressano, nella speranza di salvare il castello ed il borgo.
Gli abitanti vanno a stabilirsi a Rocca De Baldi ed a Margarita, dove
sono insediati i castaldi, rappresentanti del nuovo comune a cui il
territorio é sottomesso. Nel 1260 i mulini, i forni, i battitoi di canapa, i
canali passano di proprietà di Mondovì.
Nel 1291 Mondovì é in lotta con il marchese Namo di Ceva e Morozzo,
Margarita e Rocca ne sono coinvolte.
Non si parla più ora di territori uniti, ma di paesi diversi, retti a
comune sotto il controllo di Cuneo e Mondovì.
GLI ANGIOINI IN PIEMONTE.
Verso la fine del 1200 (1260.) Carlo d'Angiò, conte di Provenza,
stabilisce il suo potere su quasi tutto íl Piemonte meridionale.
Generalmente è ben accolto perché largo di franchigie e favorevole ai
commerci, a quell'epoca assai intensi, specialmente tra il cuneese e la
Francia meridionale. Anche Morozzo, Margarita e Rocca entrano in
quell'orbita a seguito di Mondovì di cui il signore di Provenza si
dichiara signore (Dominus Montisregalis) .
Nel 1309 la situazione si fa grave, gli Angiò sono osteggiati da Enrico
VII di Lussemburgo, alleato ai Savoia, una delle contee più potenti del
Piemonte. Gli Angioini, sostenuti dai Guelfi, tengono Alessandria, Asti,
Cuneo, Alba, Cherasco, Mondovì, Savigliano e Caraglio; dalla parte
ghibellina, cioè per l'imperatore Enrico VII, vi sono i signori di
Monferrato, di Saluzzo, i Savoia e gli Acaia.
Dopo la morte di Enrico VII , alcuni fuoriusciti da Cuneo tentano di
sollevare Morozzo contro Roberto d'Angiò. Così verso la fine del 1314
Morozzo è nuovamente assediata ed espugnata con grande violenza:
conquistato il castello, il paese viene saccheggiato. I cinquanta
fuoriusciti di Cuneo sono fatti prigionieri, decapitati, lasciati morire in
carcere o impiccati. Morozzo nel 1316 viene donata ai signori di Ceva,
come ricompensa dei servizi prestati agli Angioini. Gli Acaia, alleati
dell'imperatore, nel 1329 cingono di assedio Morozzo che in quindici anni
ha ricostruito le sue mura. Tale assedio dura circa due mesi, poi
l'inverno costringe gli assalitori ad abbandonare l'impresa. Morozzo,
Mondovì ed i paesi vicini restano sotto il controllo degli Angioini fino al
1343.
DISORDINI - STRAGI- RUBERIE.
Morto il re Roberto d' Angiò nel 1343, il Piemonte ha di nuovo un
periodo di disordini: gli Acaia ed i Savoia cercano di impadronirsi dei
territori appartenenti agli Angioini, ma sono contrastati dai Visconti e
dai signori del Monferrato. Infatti Luchino Visconti nel. 1343 si insedia a
Mondovì e di lì parte alla conquista di Cuneo. Nel passaggio sul
territorio le sue truppe invadono Margarita, bruciano le case e vi
commettono ogni sorta di guai. In questo alternarsi di guerre, ogni
regola civile viene dimenticata: si susseguono rivolte con ruberie,
distruzioni, stragi, omicidi che spargono la desolazione per tutto il
territorio. Morozzo, Margarita, Rocca sono, come molti altri paesi, quasi
completamente spopolate.
Per difendersi da nuove invasioni e nuovi attacchi, Mondovì ed i
territori a lei collegati si danno nel 1378 ai Savoia a cui giurano fedeltà,
La poca popolazione rimasta é ridotta in grande miseria, colpita dalla
pellagra per il cattivo cibo e la mancanza d'igiene. Anche nella condotta
amministrativa dei nostri paesi tutto é instabile e spesso la popolazione é
alla mercé di creditori esosi.
ANCORA GUERRE E STRAGI.
I Visconti non sono però disposti a perdere il loro dominio sul Piemonte
meridionale e nel 1390 inviano in Italia un esercito guidato dal Conte di
Armagnac (gli Armagnacchi) per riprendere il potere. Mondovì provvede
alla difesa dei propri territori munendo le borgate circostanti di trincee
e palizzate : gli uomini adatti a combattere sono armati e posti di
sentinella sui campanili. I soldati però non entrano in Mondovì, si
dirigono verso Morozzo, saccheggiando le campagne e distruggendo le
case al di fuori dei borghi.
Approfittando dei disordini il marchese di Monferrato avanza pretese su
Mondovì e nel 1397, dopo aver tentato senza successo di entrare in
città, occupa Rocca De Baldi, borgo fortemente munito, chiuso da solide
mura, di grande importanza come base di operazione contro Mondovì.
Il principe di Acaia tenta in tutto i modi di riprendersi Rocca ed induce
al tradimento il castellano posto dal marchese. Il complotto viene
sventato, i traditori fuggono, ma Rocca è ridotta alla fame ed è
costretta ad arrendersi agli Acaia. .











DISORDINI - STRAGI- RUBERIE.
Morto il re Roberto d' Angiò nel 1343, il Piemonte ha di nuovo un
periodo di disordini: gli Acaia ed i Savoia cercano di impadronirsi dei
territori appartenenti agli Angioini, ma sono contrastati dai Visconti e
dai signori del Monferrato. Infatti Luchino Visconti nel. 1343 si insedia a
Mondovì e di lì parte alla conquista di Cuneo. Nel passaggio sul
territorio le sue truppe invadono Margarita, bruciano le case e vi
commettono ogni sorta di guai. In questo alternarsi di guerre, ogni
regola civile viene dimenticata: si susseguono rivolte con ruberie,
distruzioni, stragi, omicidi che spargono la desolazione per tutto il
territorio. Morozzo, Margarita, Rocca sono, come molti altri paesi, quasi
completamente spopolate.
Per difendersi da nuove invasioni e nuovi attacchi, Mondovì ed i
territori a lei collegati si danno nel 1378 ai Savoia a cui giurano fedeltà,
La poca popolazione rimasta é ridotta in grande miseria, colpita dalla
pellagra per il cattivo cibo e la mancanza d'igiene. Anche nella condotta
amministrativa dei nostri paesi tutto é instabile e spesso la popolazione é
alla mercé di creditori esosi.
ANCORA GUERRE E STRAGI.
I Visconti non sono però disposti a perdere il loro dominio sul Piemonte
meridionale e nel 1390 inviano in Italia un esercito guidato dal Conte di
Armagnac (gli Armagnacchi) per riprendere il potere. Mondovì provvede
alla difesa dei propri territori munendo le borgate circostanti di trincee
e palizzate : gli uomini adatti a combattere sono armati e posti di
sentinella sui campanili. I soldati però non entrano in Mondovì, si
dirigono verso Morozzo, saccheggiando le campagne e distruggendo le
case al di fuori dei borghi.
Approfittando dei disordini il marchese di Monferrato avanza pretese su
Mondovì e nel 1397, dopo aver tentato senza successo di entrare in
città, occupa Rocca De Baldi, borgo fortemente munito, chiuso da solide
mura, di grande importanza come base di operazione contro Mondovì.
Il principe di Acaia tenta in tutto i modi di riprendersi Rocca ed induce
al tradimento il castellano posto dal marchese. Il complotto viene
sventato, i traditori fuggono, ma Rocca è ridotta alla fame ed è
costretta ad arrendersi agli Acaia. .
DISORDINI - STRAGI- RUBERIE.
Morto il re Roberto d' Angiò nel 1343, il Piemonte ha di nuovo un
periodo di disordini: gli Acaia ed i Savoia cercano di impadronirsi dei
territori appartenenti agli Angioini, ma sono contrastati dai Visconti e
dai signori del Monferrato. Infatti Luchino Visconti nel. 1343 si insedia a
Mondovì e di lì parte alla conquista di Cuneo. Nel passaggio sul
territorio le sue truppe invadono Margarita, bruciano le case e vi
commettono ogni sorta di guai. In questo alternarsi di guerre, ogni
regola civile viene dimenticata: si susseguono rivolte con ruberie,
distruzioni, stragi, omicidi che spargono la desolazione per tutto il
territorio. Morozzo, Margarita, Rocca sono, come molti altri paesi, quasi
completamente spopolate.
Per difendersi da nuove invasioni e nuovi attacchi, Mondovì ed i
territori a lei collegati si danno nel 1378 ai Savoia a cui giurano fedeltà,
La poca popolazione rimasta é ridotta in grande miseria, colpita dalla
pellagra per il cattivo cibo e la mancanza d'igiene. Anche nella condotta
amministrativa dei nostri paesi tutto é instabile e spesso la popolazione é
alla mercé di creditori esosi.
ANCORA GUERRE E STRAGI.
I Visconti non sono però disposti a perdere il loro dominio sul Piemonte
meridionale e nel 1390 inviano in Italia un esercito guidato dal Conte di
Armagnac (gli Armagnacchi) per riprendere il potere. Mondovì provvede
alla difesa dei propri territori munendo le borgate circostanti di trincee
e palizzate : gli uomini adatti a combattere sono armati e posti di
sentinella sui campanili. I soldati però non entrano in Mondovì, si
dirigono verso Morozzo, saccheggiando le campagne e distruggendo le
case al di fuori dei borghi.
Approfittando dei disordini il marchese di Monferrato avanza pretese su
Mondovì e nel 1397, dopo aver tentato senza successo di entrare in
città, occupa Rocca De Baldi, borgo fortemente munito, chiuso da solide
mura, di grande importanza come base di operazione contro Mondovì.
Il principe di Acaia tenta in tutto i modi di riprendersi Rocca ed induce
al tradimento il castellano posto dal marchese. Il complotto viene
sventato, i traditori fuggono, ma Rocca è ridotta alla fame ed è
costretta ad arrendersi agli Acaia. .
DISORDINI - STRAGI- RUBERIE.
Morto il re Roberto d' Angiò nel 1343, il Piemonte ha di nuovo un
periodo di disordini: gli Acaia ed i Savoia cercano di impadronirsi dei
territori appartenenti agli Angioini, ma sono contrastati dai Visconti e
dai signori del Monferrato. Infatti Luchino Visconti nel. 1343 si insedia a
Mondovì e di lì parte alla conquista di Cuneo. Nel passaggio sul
territorio le sue truppe invadono Margarita, bruciano le case e vi
commettono ogni sorta di guai. In questo alternarsi di guerre, ogni
regola civile viene dimenticata: si susseguono rivolte con ruberie,
distruzioni, stragi, omicidi che spargono la desolazione per tutto il
territorio. Morozzo, Margarita, Rocca sono, come molti altri paesi, quasi
completamente spopolate.
Per difendersi da nuove invasioni e nuovi attacchi, Mondovì ed i
territori a lei collegati si danno nel 1378 ai Savoia a cui giurano fedeltà,
La poca popolazione rimasta é ridotta in grande miseria, colpita dalla
pellagra per il cattivo cibo e la mancanza d'igiene. Anche nella condotta
amministrativa dei nostri paesi tutto é instabile e spesso la popolazione é
alla mercé di creditori esosi.
ANCORA GUERRE E STRAGI.
I Visconti non sono però disposti a perdere il loro dominio sul Piemonte
meridionale e nel 1390 inviano in Italia un esercito guidato dal Conte di
Armagnac (gli Armagnacchi) per riprendere il potere. Mondovì provvede
alla difesa dei propri territori munendo le borgate circostanti di trincee
e palizzate : gli uomini adatti a combattere sono armati e posti di
sentinella sui campanili. I soldati però non entrano in Mondovì, si
dirigono verso Morozzo, saccheggiando le campagne e distruggendo le
case al di fuori dei borghi.
Approfittando dei disordini il marchese di Monferrato avanza pretese su
Mondovì e nel 1397, dopo aver tentato senza successo di entrare in
città, occupa Rocca De Baldi, borgo fortemente munito, chiuso da solide
mura, di grande importanza come base di operazione contro Mondovì.
Il principe di Acaia tenta in tutto i modi di riprendersi Rocca ed induce
al tradimento il castellano posto dal marchese. Il complotto viene
sventato, i traditori fuggono, ma Rocca è ridotta alla fame ed è
costretta ad arrendersi agli Acaia. .
Esistono disposizioni sul controllo di pesi e misure a quel tempo usati.
Per la lunghezza si usano: il palmo (cm . 26) , il piede (12 once, circa 30
cm. ), la canna ( 12 palmi ), il trabucco ( 3,082 mt.), la pertica
6,168 mt.), il miglio (2467,2 mt.). La misura di superficie più diffusa è
la giornata (3810 mq). Le misure di capacità sono molto complesse: il
sacco (5 emine, 115,275 litri), un'emina a otto coppi ( 23 litri ), un
coppo ( 24 cucchiai). Una brenta equivale a 36 pinte ( 49,307 litri ),
una pinta a due boccali. Una carrata o carra, o vinata a 10 brente. Le
misure di peso sono il rubbo (9,225 kg ) e l'oncia (0,03 kg). Parecchie
sono pure le monete in circolazione: la lira equivale a 20 soldi, un soldo
a 12 denari, quattro denari ad un grosso; l'obolo, la moneta più piccola
equivale a mezzo denaro. Tre soldi nel 1300 sono il valore di un paio di
scarpe, 10 soldi il valore di quattro pelli di montone; 100 lire sono lo
stipendio annuale di un sindaco nel 1400: 23 lire lo stipendio annuale di
un messo.








MALI.
Leggendo i documenti che accennano alle vicende storiche dei nostri
paesi, scopriamo non solo guerre e lotte, ma tanti accenni alle condizioni
di vita degli abitanti. Miseria e fame sono notevoli; i tributi da pagare
ai signori ed alla chiesa sono sempre più elevati; le gabelle, i pedaggi
e le taglie gravano tutti sul popolo. La peste atterrisce e semina la
morte, la pellagra genera piaghe e bruciori ed é assai diffusa nelle
campagne. Esistono, é vero, alcune norme igieniche primitive per
provvedere agli scoli putridi, alle carogne abbandonate, ai rifiuti, alle
cloache aperte, al transito dei maiali, alle malattie infettive, ma spesso
restano lettera morta a causa dell'ignoranza generale e di antiche usanze
superstiziose.
Alcuni disastri naturali aumentano la miseria: nel 1493 si hanno
grandinate e inondazioni furiose, nel 1495 un'invasione di insetti
distrugge i raccolti e provoca epidemie tremende. Le guerre però sono
la causa prima dei mali della gente: il passaggio di truppe attraverso il
territorio é sempre accompagnato da saccheggi e violenze, i
sopravvissuti vengono decimati da infezioni e carestie.
Lo squallore é tale che si hanno notizie di distribuzione di viveri (pane)
da parte dei più ricchi in occasione della sepoltura di un defunto ed, in
casi particolarmente gravi , la distribuzione di bestiame ai contadini più
poveri affinché possano continuare la loro attività agricola.
PRA FORCHETTO OVVERO QUATTRO SECOLI DI CONTROVERSIE
TRA MONDOVI', MOROZZO E MARGARITA....
Anno 1719 - Il pecoraro del conte di Margarita viene percosso dagli
uomini di Morozzo e questo non é un episodio isolato perché i pestaggi e
le bastonate tra margaritesi e morozzesi non fanno ormai più notizia.
Il pomo della discordia é la contesa della località di Pra Forchetto, vasto
terreno in comune tra Morozzo e Margarita ( tra le basse di Peveragno,
Ceresana, Riforano) su cui i diritti non sono uguali e la ripartizione ,
basata da tre secoli sulla consuetudine, é stata appena codificata, ma
non accettata da Morozzo che continua a protestare !
Sono ormai tre secoli che Pra Forchetto é motivo di controversia! Nel
1400 Margarita lo contendeva non a Morozzo, bensì a Mondovì e
soprattutto a Peveragno!
Ed ora che Pra Forchetto ci ha incuriositi, vogliamo saperne di più?
In epoca romana questo territorio era un vasto " ager publicus" tenuto
a gerbido che serviva al bisogno di pascolo e boscaggio.
Dopo le invasioni barbariche e saracene, le terre abbandonate erano
aumentate notevolmente e le acque stagnanti avevano favorito la
formazione dei fuochi fatui che avevano alimentato leggende di fantasmi,
anime in pena che vagavano in quel di Pra Forchetto...
Verso il 1200 inizia il diboscamento...
PRA FORCHETTO
Nel 1400 Mondovì (cui Margarita e Morozzo erano sottomesse) lascia che
anche gli abitanti di Peveragno pascolino liberamente a Pra Forchetto;
anzi procura anche che vi si stabiliscano col solo obbligo di pagare le
taglie!
Questo ai Margaritesi non va proprio giù! ...
Nel 1497 le guardie dei bandi campestri e le comunità di Margarita
aprono le ostilità chiedendo il pagamento dei danni più frequenti:
infrazioni di pascolo e boscaggio commesse dai Peveragnesi!
Solo nel 1517 vengono riconosciuti i diritti di Margarita con una
sentenza che esplicitamente le riconosce come proprio territorio la zona
contesa " UBI DICITUR AD RIVUM FORANUM, AD CAPALEM AT
PRATUM FORCHETUM, AD CERESANUM, QUIBUS COHERENT FINES
CUNEI".
Peveragno (protetta da Mondovì) presenta un ricorso che viene respinto
, ma nel 1598 c'é una nuova intesa che vede la compartecipazione di
Mondovì a Pra Forchetto! . .
Ma ecco che nell'anno 1618 avviene lo scorporamento di Margarita da
Mondovì e si devono definire i confini con Morozzo!
Nel 1711 , con editto regio, si procede alla delimitazione mappale , ma
purtroppo i rappresentanti di Margarita intervengono impreparati e le
decisioni danneggiano il paese!
E veniamo al 1762 con un nuovo catasto a favore di Margarita, non
condiviso da Morozzo! Continuano così le liti e di notte vengono anche
asportate le serrande alle bealere!
Pace sarà fatta solo nel 1855 con una sentenza definitiva emessa in
Cuneo.
REGOLAMENTI DI VITA .
- Norme legislative di ordine locale.
"Nel paese sono proibiti gli assembramenti di armati... ognuno può
portare addosso solo una spada di corta misura e nelle feste, fiere,
mercati non si può entrare nella piazza che con il coltello per il pane.
Dopo il coprifuoco (l'Ave Maria) e di notte, nessuno può uscire di casa
se non munito di lanterna ad olio accesa".
Severe ordinanze disciplinano i giochi nelle osterie ed in pubblico,
poiché sono spesso occasioni di risse e ferimenti.
Sono giochi leciti gli scacchi, la dama, i tarocchi; sono invece
severamente proibiti la morra, i giochi d'azzardo e le bocce presso i
Conventi e le Chiese.
Vietato è il lavoro nei giorni festivi, vietato duellare o fare qualunque
cosa a danno delle persone e cose altrui.
OBBLIGHI MILITARI.
Gli uomini sono tenuti ad assolvere certi obblighi militari: non vi è leva
propriamente detta, ma generalmente ciascuno si considera precettabile
dai 20 ai 60 anni. Basta un "bando" delle autorità perché chi ne ha
l'obbligo si presenti al raduno nei luoghi stabiliti. Ogni milite conserva
le armi sempre pronte e, quando si presenta alla chiamata si avvia al
proprio reparto a seconda del suo armamento: "targoni (forniti di un
lungo scudo), targhete (dotati di uno scudo più piccolo), balestrieri
(con un'arma ad arco e corda con cui si scagliano le frecce), partigiane
(armati di un lungo ferro a lingua che si allarga alla base a forma di
mezzaluna), picchieri (muniti di una lunga lancia) , rocchieri (dotati di
roncole astate per aprire passaggi nelle forre e nei boschi). I soldati
non portano uniformi e come difesa usano uno scudo di cuoio ed una
cervelliera per proteggere il capo. Hanno una sacca, il tascapane, in
cui recano il vitto per più giorni.
Quando vengono scoperte le armi da fuoco, gli uomini si muniscono di
una bandoliera di cuoio a tracolla per appendervi i barattoli di polvere
nera da usare nei fucili.
Nel piccolo esercito non manca mai la cavalleria che arruola i più ricchi
della zona.
Dopo la metà del 1500, il duca Emanuele Filiberto,detto Testa di Ferro,
muta profondamente questi ordinamenti alquanto primitivi, istituendo un
esercito regolare. I Comuni sono allora soggetti all'obbligo della
"Cavalcata", prestazione militare di uomini e bestie per servizio
ausiliario, alla quale possono sottrarsi con in pagamento in denaro.
Resta però inalterato il reclutamento per formare reggimenti omogenei.
Da un documento del 1567 scopriamo le armi a disposizione di Mondovì (a
cui appartengono Morozzo, Margarita, Rocca): "tre bombardelle, cinque
cannoni, due bauli di polvere, mezzo baule di zolfo, dodici di salnitro,
una cassa di verrettoni di ferro e di legno (specie di dardo o spiedo
che si lancia a mano o con la balestra), 22 balestre grandi di ferro, 26
di legno, 16 cerbottane (formate da una canna di metallo o legno in cui,
soffiandovi forte dentro, si tirano pallottole)". Che grande esercito!...
UN BANDO CAMPESTRE (del 1683).
E' interessante conoscere un bando campestre di quell'epoca, perché,
attraverso le proibizioni e le pene, scopriamo gli usi e gli abusi del
tempo.
"Negli alteni (terreni in parte coltivati a vigna), vigne e campagne
altrui contro la volontà dei proprietari non si può entrare: pena di £ 3.
Se negli alteni o vigne si troveranno a mangiare true (scrofe) si paghi
multa a mente del giudice, in quanto alli porci ed ai cani che sia in
facoltà ai proprietari di ammazzarli. Per asini , cavalli, bestie bovine
s'incorre per ognuno di essi in pena di uno scudo d'oro... se a dar
danno si troveranno galline si incorra in pena della loro perdita e di sei
soldi per ammenda.
Chi si troverà con bestie per caricar e rubbar incorre nella perdita
delle bestie e di dieci lire: e se commessi li detti eccessi di notte, sia
duplicata la pena."
Non si può pigliar paglia o fieno, non si può tagliare erba o trifoglio,
non si possono danneggiare gli alberi, specie quelli da frutta pena il
pagamento di 10 scudi d'oro. Non si deve mettere fuoco nei boschi sotto
pena di 10 lire e del risarcimento del danno all'interessato. E' vietato
far morire le bestie, trovate nelle proprie terre,, con l'uso di un veleno,
pena di 10 scudi d'oro.
Chi va a rubare negli orti di giorno paga due lire di multa, ma se il
furto accade di notte la pena viene raddoppiata.
"Non é lecito ad alcuno rompere o guastare le chiossure (le recinzioni)
sotto pena di uno scudo d'oro. Chi si troverà a tagliar meglione
(foraggio e granoturco) nei campi altrui, incorrerà in pena di lire 1 per
cada volta."
Chi ruba la canapa, dopo avere rotto la recinzione del campo, paga 10
soldi per ogni pianta. Chi prende piantine vicino al fiume, alle bealere o
ai fossati paga mezzo scudo ogni volta. Se i furti avvengono nei beni
della Chiesa, dei frati, dell'Illustrissimo Sig. Conte vi è doppia pena.
Tutte le quote in denaro vengono così divise: per un terzo al fisco, un
altro terzo al comune e l'ultimo terzo al responsabile dell'ordine pubblico
che emette le multe.
Come si può notare i bandi puniscono i furti con notevole severità, ma
spesso il furto é legato alla povertà della gente che ruba per
sopravvivere. Le pene colpiscono così i più poveri!
Molti poi non sanno nulla delle leggi, poiché non sanno leggere anche se
i regolamenti sono esposti al pubblico sulla porta del comune.







OPIFICI.
La notevole ricchezza d'acqua favorisce nei nostri paesi la messa in
opera di macchine ad acqua: mulini, segherie, frantoi, martinetti e più
tardi (1500-1600) cartiere e filatoi. Fra tutti, i più antichi sono certo i
MULINI. Ne esiste uno a Morozzo, accanto alla collina del Castelvecchio,
dotato di due macine per il grano ed una terza per l'olio di noce,
proprietà della casa Morozzo, feudataria del luogo. Accade però che
l'acqua necessaria, durante l'estate, non sia sufficiente per entrambe le
ruote ed allora gli abitanti sono costretti a ricorrere ad altri mulini nei
paesi vicini.
Un secondo mulino sorge sulla sponda destra del Pesio presso Rocca De
Baldi e, quando il Bressano, signore di Mondovì, intraprende la lotta
conto il vescovo di Asti, la costruzione passa di proprietà di Mondovì
insieme ai forni, ai battitoi di canapa e tutti i canali (1260): anche i
banni pagati per l'uso passano alla città di Mondovì!
Un terzo mulino esiste a Margarita e sfrutta l'acqua di un canale
proveniente dal Colla, è stato costruito (verso il 1300) dalla città di
Mondovì ed è stato ceduto ai padri Francescani come garanzia per
qualche debito. E' una delle prime costruzioni fatte fuori del Ricetto,
però accosto alle mura. Nel 1600 il mulino diviene propriètà, per volere
del duca di Savoia, del comune di Pianfei, che cura poco la struttura,
considerandola solo un mezzo di sfruttamento e così cominciano le
lamentele dei Margaritesi. Il conte Solaro nel 1700 decide di costruire un
altro mulino in Margarita sullo Sparpagliato: esistono quindi due mulini
in concorrenza fra di loro. Ne nasce una lite, tra Margarita e Pianfei,
che dura con alterne vicende fino al 1800 quando il conte Solaro
acquista definitivamente il vecchio mulino insieme al frantoio attiguo ed
ai diritti d'acqua. I mulini rappresentano una notevole fonte di reddito :
le strutture sono affittate ai mugnai con contratti biennali ed il canone
da pagare in due rate successive annuali (Natale e Pasqua) è sempre
elevato, circa 18 moggia di frumento e 27 di segale (il moggio equivale a
circa 9 chili).
REGOLAMENTI DEI MULINI.
Esistono norme precise, negli Statuti dei vari paesi, che regolano il
lavoro dei mugnai: acqua, grano, pane costituiscono non soltanto
elementi essenziali della quotidiana alimentazione della popolazione di un
paese, ma sono anche fattori importanti per la vita sociale e politica, in
quanto i proprietari dei mulini, siano essi i Signori o i Comuni, sono
responsabili di una saggia politica annonaria che può tentare un minimo-
di prevenzione contro le carestie ricorrenti e le devastazione delle
continue guerre.
Il mugnaio è tenuto a giurare all'inizio dell'anno nelle mani del podestà
di custodire e salvare per il proprietario la sua parte di reddito. Egli
deve dare la precedenza agli abitanti del luogo nel macinare il grano e
solo in seguito può servire i forestieri. Deve eseguire subito il suo
lavoro e restituire immediatamente la farina debitamente pesata e
controllata. Per evitare danni al prodotto, è vietato tenere al mulino
animali domestici che si nutrono del cereale, esclusi i gatti indispensabili
per la caccia ai topi, causa di furti veri e propri. Se il mugnaio reca
danno al proprietario del grano, viene condannato o al risarcimento o
alla fustigazione. Se poi il furto è elevato, può essere addirittura
condannato alla pena capitale.
Per il lavoro i mugnai percepiscono una mercede: un "cozolio" raso per
ogni sestario di grano macinato e nove denari per ogni rubbo di
ghiande. 11 cozolio corrisponde alla dodicesima parte dell'emina, cioè
circa due chilogrammi per ogni sacco di grano.
La severità delle leggi denota l'importanza che questa attività aveva
nella comunità medioevale: niente è lasciato al caso, i trasgressori
vengono puniti severamente: si tratta di necessità primarie della gente,
specie dei più poveri!
MARTINETTI, SEGHERIE, FRANTOI.
Il martinetto (fucina di fabbro), la segheria ed il frantoio sorgono
presso i mulini, spesso sfruttando la stessa presa d'acqua. Anche
queste strutture appartengono ai signori locali poichè solo loro sono in
grado di sostenere le spese di installazione e manutenzione.
Il martinetto è composto da uno stanzone, nero di fuliggine, spesso
scantinato, in cui domina la fucina circondata dai potenti magli mossi
dalla forza dell'acqua, dai ferri per il lavoro, dalla forgia sempre accesa
in cui la fiamma è ravvivata dal mantice ad aria. In esso si muovono
come ombre nere il fabbro ed il suo aiutante intenti al lavoro.
Il frantoio è invece un locale molto semplice affiorante da terra in cui
una piccola macina spreme le noci per trarne l'olio casalingo usato anche
nelle lucerne.
La, "ressia" o segheria è sempre una costruzione a parte con uno spiazzo
antistante da adibire a deposito per i tronchi ed un locale abbastanza
vasto in cui è sistemata una sega idraulica di proporzioni notevoli.
I FILATOI.
Anche i filatoi si sviluppano nel nostro territorio: uno esiste nel paese
di Rocca ed uno si sviluppa a Margarita. Il più antico forse (1200) é
quello di Rocca, quello di Margarita sorge verso íl 1500 accanto alla
cartiera presso il torrente Brobio. Il primitivo edificio non ha vita
facile, finché il nuovo proprietario di Mondovì non decide nel 1700 di
trasferirlo in via Filatoio, dove l'attività della filanda sembra
prosperare. La scarsità d'acqua, determinata dalla limitata portata dello
Sparpagliato, crea, alcuni anni più tardi, una crisi nell'attività e la
fabbrica si trova in difficoltà. La sua vita dura nonostante tutto, a
lungo, tanto che nel 1890 essa impiega dalle 30 alle 50 ragazze. Nel
1900, in un periodo di grave crisi economica, l'attività cessa ed il
fabbricato viene venduto. Ogni cosa scompare distrutta da un furioso
incendio, forse doloso, scoppiato nell'ottobre del 1911. Dalle fiamme e
dal fumo non emergono che quattro mura annerite prive di tetto.
LA CARTIERA DI MARGARITA.
Un paragrafo a parte richiede la cartiera di Margarita già menzionata
nelle carte feudali della fine del 1400 sotto il nome di "batour" e più
tardi di "edificio da carta". Essa sorge ai piedi del colle su cui domina
il "castello" e sfrutta un salto d'acqua proveniente dal paese di
Margarita. E' stata probabilmente fondata da un signore monregalese o
dalla stessa città di Mondovì, ma fino alla metà del 1500 non si hanno
notizie precise sulla sua attività. La costruzione ha subito vari danni
per le continue guerre e richiede una notevole spesa per il ripristino ed
il funzionamento. Viene rimessa in funzione e lavora attivamente già alla
fine del secolo. Tutto dipende dalla "raccolta delle strazze" che
determinano la bontà della carta ed il suo smercio. Anche la cartiera di
Margarita ha una zona di raccolta a lei assegnata che comprende i
territori di Mondovì, Carrù, Piozzo, Trinità, S.Albano, Benevagienna,
Carmagnola. L'amministrazione di Mondovì é un'ottima cliente della
cartiera a cui ordina la carta per i libri della città.
La carta che si produce é biancastra, spessa e reca come marchio di
fabbrica lo stemma dei Solaro. Il contrabbando delle strazze e la
concorrenza sleale delle cartiere piemontesi determinano però momenti di
crisi. Si cerca di trasportare all'estero il prodotto, ma il costo e le
difficoltà del trasporto rendono difficile la commercializzazione . di una
merce che manca di pregio ed eleganza.
Il lavoro é lungo e primitivo: gli stracci selezionati, battuti e tagliati
vengono messi al macero, dopo di che passano nelle pile per la
raffinazione, collatura e colorazione, convogliati poi in Une, ridotti in
pasta, vengono trasformati in fogli di carta e stesi negli asciugatoi ad
aria. Nel 1800 tale tecnica é superata e bisogna ricorrere alle macchine.
Il costo di acquisto è notevole, ma l'attività riprende e dura fino al
1950, quando la mancanza di capitale costringe í proprietari alla
chiusura dell' impianto che aveva dato a Margarita, per tanti anni, il
primato industriale sui paesi vicini.
LA FORNACE. .
L'acqua corrente non è indispensabile per un'altra attività praticata sul
luogo. A Morozzo, proprio nel centro del paese, vicino alla parrocchia,
sorgeva un tempo (pare già esistente in epoca romana) una fornace.
Non abbiamo rinvenuto documenti sulla sua efficienza, ma scavando per
il rifornimento di terra, sono stati trovati nel 1700 frammenti
sottilissimi di diversi vasi lavorati che assomigliano a tazze di colore
nerastro. Alcune pietre con, al centro un piccolo buco, formato dal
ferro che sostiene la ruota fatta girare dal vasaio per fare i vasi ed
alcune fosse piene di carbone sono i resti di questa attività che usava
un forno rudimentale per la cottura dei vasi.
Il vasaio non usa l'acqua per far funzionare la sua ruota, gli bastano
velocità e forza muscolare nel piede. Una sorgente, anche piccola, gli è
sufficiente per impastare la creta; per questo la fornace non sorge nelle
vicinanze di un grosso corso d'acqua, ma quasi al centro del borgo.
I nostri paesi non hanno sviluppato pertanto solo l'agricoltura, nel corso
della loro storia, ma sono stati attivi, come documentano le
testimonianze, anche in campo tecnico ed industriale.
AGRICOLTURA DEI NOSTRI PAESI.
Verso il 1600, dopo secoli di profonde trasformazioni, íl paesaggio rurale
é caratterizzato dall'azienda agraria isolata nelle campagne. Il "tetto" é
diventato l'azienda agraria tipo, né troppo grande né troppo piccola,
adeguata alla forza lavoro di una famiglia contadina e le grandi aziende
di un tempo, come le "grangie o le torri", sono state suddivise.
Nei tetti maggiori, il fienile e le stalle sono generalmente un
po'distanziati dalla abitazione per evitare pericoli di incendio ed il
bestiame è ricoverato nelle stalle poste sotto il "trabià" del fienile. Gli
animali non si nutrono più nei boschi e nei pascoli comuni, ma nelle
terre dipendenti dal " tetto" che essi concimano con la loro presenza
aumentandone pertanto la produttività. Troviamo, usati per í lavori
agricoli, molti buoi ( un centinaio solo a Margarita).
I prodotti del suolo, solo nelle nostre pianure, sono: frumento, segale,
orzo, mais, sorgo, miglio, trifoglio, biada ed, in generale, vediamo che,
mentre un terzo del terreno é coltivato a frumento e segale, un terzo
risulta occupato da altre colture ed il restante é lasciato a prato, bosco
e vigna.
Abbiamo la coltivazione della vite (vigne ed alteni) in varie località: tra
queste Riforano (cascina Gamorra Sottana) che vede una iniziale
produzione di dolcetto, poi sostituito da altre varietà più resistenti, ma
di qualità meno pregiata; Rocca de Baldi, i cui statuti del 1400
ricordano la coltivazione della vite come attività di notevole importanza,
mentre gli statuti di Mondovì ne menzionano anche il vino.
La vite risulta pure coltivata in alcune zone più calde di Morozzo (via
Altenì) e di Margarita (località Goure).
Tra il 1630 ed il 1648 c'é sul territorio del comune di Margarita un
tentativo di coltivazione del riso : coltivazione già praticata in alcune
zone di Morozzo (Osella). Utilizzando le copiose acque del bedale
Ceresana, nell'attuale zona posta tra la chiesetta di San Magno e l'ex
cascina Chiosso (via Filatoio), vengono formate risaie e marcite che
procureranno un buon reddito ai Margaritesi. La produzione dura però
pochi anni perché al paese viene contestata l'appropriazione illegale
dell'acqua dai bedali che attraversano íl suo territorio. La presenza
delle marcite rende inoltre malsano il clima a ridosso dell'abitato creando
contrasti tra gli stessi contadini.
Il tentativo termina nel 1648 quando Luigi Ferrero, colonnello delle
milizie provinciali, giunto da Mondovì, dà ordine ai suoi uomini di
colmare i fossi e di far defluire le acque nei vecchi canali, verso il
territorio di Morozzo.
Nelle campagne é presente anche la coltivazione dei gelsi, indispensabili
per l'allevamento dei bachi da seta.
La terra é lavorata da massari e salariati. I primi risiedono nelle cascine
del proprietario e ne sfruttano la terra dividendo a metà il prodotto dei
cereali seminati; il foraggio gli appartiene per intero, poiché pagano
l'affitto dei prati per poter far consumare il fieno alle bestie della loro
stalla o a quelle che scendono dagli alpeggi durante l'inverno. I
salariati invece sono pagati dai proprietari parte in denaro, parte in
natura, mentre il prodotto spetta per intero al proprietario.
Persistono i vecchi metodi di coltivazione del terreno perché i
proprietari mirano ad accrescere la proprietà più che a migliorarla: la
rotazione delle coltivazioni é limitata ed i cereali rubano ancora troppo
spazio agli altri seminativi. In genere un podere di venticinque ettari é
così suddiviso: sei ettari di prato e diciannove di arativi tra i quali
viene lasciata una porzione di stoppie.
Il solo concime usato é il letame della stalla, ben lontano dall'essere
sufficiente per i campi e, per aumentarlo, si vende il fieno a mandriani
e pastori che scendono a consumarlo sul luogo. Un vecchio proverbio
ricorda "Chi ha fieno, ha ogni bene" ed in genere la produzione viene
quantificata in 400 miriagrammi per giornata.
Verso la fine del 1700 troviamo questi prezzi per i principali prodotti
del suolo: frumento a lire 4,60 l'emina; segale a lire 2,70 l'emina; orzo
lire 4,30; miglio lire 2; mais lire 2,40; fieno lire 0,30 al rubbo (9,225
Kg) ; paglia lire 0,20 al rubbo; vino lire 3 alla brenta.
Concludendo possiamo dire che l'agricoltura locale a quei tempi è fatta
di vecchi aratri e buoi ansanti, di mietitori e falciatori sudati e stanchi,
impegnati in lunghe campagne "dei grani" e " dei fieni" .
















I GIOCHI DEI NOSTRI BIS-BIS-BISNONNI.
Guerre, distruzioni, miseria , fame creano costanti problemi alla gente
in continua lotta per il cibo quotidiano e la sopravvivenza personale.
Tutti gli affanni vengono però dimenticati in occasione di feste religiose
o laiche, ognuno si abbandona a momenti di serenità ed allegria in cui
danze, balli e canti hanno il sopravvento. Il divertimento é proibito nei
giorni feriali: é una perdita di tempo a danno del lavoro.
I bambini non hanno molta possibilità di dedicarsi ai giochi, devono
aiutare i genitori nelle loro attività ed il loro impegno é notevole.
Eppure, appena si ritrovano insieme, bambini e ragazzi scoprono il modo
di giocare. Ogni mezzo é valido : il cerchio della botte é fatto correre
con l'aiuto di un bastoncino-guida; la botte stessa diventa una
divertente altalena; i trampoli permettono una gara di abilità;
l'impalcatura di una casa li fa acrobati. Si può giocare a mosca cieca,
alle belle statuine, ai birilli, con i cavallucci di legno, alla cavalletta.
Poter nuotare, arrampicarsi sugli alberi, fare la lotta, giocare con una
palla di stracci crea entusiasmo tra tutti. Vi é la possibilità di copiare i
genitori, i soldati, le autorità locali per sentirsi grandi. I piccoli
dimenticano le fatiche, la miseria e la fame, che spesso minacciano la
loro vita, per lasciarsi dominare dall'allegria comune.
Le feste durante l'anno sono numerosissime, si arriva fino a 70 giorni
festivi extradomenicali che, aggiunti alle 52 domenich'e, riducono i giorni
lavorativi a 230 giornate annuali.
Durante le feste é proibito lavorare e spesso i signori offrono spettacoli
di tornei o gare di abilità: un divertimento gratuito per tutti. Tra i più
caratteristici va ricordata la corsa al palio, che non é conosciuta solo a
Siena, ma in molte regioni. Da noi i cavalli sono rari, si usano gli asini,
i montoni e le mucche. Il popolo partecipa con entusiasmo ed i ragazzi
sono- i più attivi collaboratori. Di tanto in tanto poi sulle piazze si
fermano suonatori, cantastorie, saltimbanchi, giocolieri: non si può certo
perdere l'occasione di assistere allo spettacolo.









I PALAllI DI MOROZZO.
L'abate Nallino nel suo libro "Il corso del fiume Pesio" insiste nel dire
che Morozzo era, nel Medioevo, ricca di palazzi signorili.
"Il vescovo di Asti possedeva un palazzo in Morozzo, dove in compagnia
di numerosi nobili vi abitava per un certo tempo
dell'anno, durante la buona stagione..."; forse sorgeva dove ora é la
parrocchia. Poiché i signori di Morozzo erano numerosi, numerosi
dovevano essere i palazzi ed í castelli nel paese. "Ardizzone, Braida,
Breoli, Brusaporcelli, Cavaterra, Pulisiello ed altri ancora..." sono
annoverati in vari documenti come signori di Morozzo e possedevano
certo un palazzo o un castello nella zona.
Oggi però esistono solo più due palazzi: uno dei Marchesi Cordero di
Pamparato, l'altro dei Marchesi Cordero di Montezemolo.
PALAllO MARCHESI DI MONTEZEMOLO: ricostruito sulle rovine di un
altro antico e di nobile famiglia, risulta ora alquanto deteriorato e
quasi in abbandono. Si affianca alla "statale 22", giusto dirimpetto alla
casa del Comune. Vi é inserito il seicentesco Oratorio di 5. Gregorio e di
N.S. dei Dolori, giudicato monumento nazionale, gioiello dell'architettura
del 1600.
La decorazione delle pareti comprende due affreschi principali che
rappresentano la Passione, restaurati da non molto tempo. Purtroppo il
passaggio dei mezzi pesanti sulla confinante statale 22 crea vibrazioni
che continuano a provocare grosse crepe nella parete portante
dell'edificio.
PALAllO MARCHESI CORDERO DI PAMPARATO: appartenne all'illustre
casata ed è di origine antica. Oggi é proprietà privata.
La facciata si distingue per le decorazioni in rosso cupo e per il suo
portale dalle linee severe. La costruzione si affaccia su via Galimberti,
nel cuore del concentrico.
Nel suo interno conserva l'oratorio dei S.S. Clemente ed Anna del 1750.
Possiede inoltre un ampio parco ricco di alberi di alto fusto, tra cui
alcuni splendidi esemplari di sequoia, che si estende sin presso le rive
del torrente Brobbio.
IL PALAllO DI MARGARITA.
Nel 1619 Margarita viene infeudata, dal duca Carlo Alberto I, ad Oddino
Sandri Trotti, conte di Monbasiglio, il quale
decide di costruirvi una dimora signorile.
Compra a tale scopo alcune case rustiche sulla costa verso il torrente
Brobio, le demolisce ed ha da poco iniziato una modesta costruzione,
quando cede feudo e beni alla figlia Vittoria, andata sposa al marchese
Del Carretto di Gorzegno il quale si disinteressa di Margarita ed aliena
tutti i beni della moglie ad Antonio Solaro , del ramo dei signori di
Govone, divenuto nel frattempo il nuovo conte del paese (1647).
Quest'ultimo progetta di costruire un'altra dimora al centro del Ricetto
dove é stato distrutto, nel 1446, il castellotto posto a difesa del luogo,
ma ne é dissuaso dal principe Maurizio di Savoia-Carignano (di cui il
Solaro é stato Consigliere di stato) che gli consiglia invece di ingrandire
l'edificio costruito in parte dal conte di Mombasiglio.
Pertanto il principe invia a Margarita il proprio architetto, Tosetti, che
per i lavori si ispira al palazzo costruito per i Savoia sulla collina di
Torino (Villa della Regina). Il conte Solaro nel frattempo ha comprato
altre aree per poter disporre di un complesso maggiore.
Negli anni 1646-48 viene edificato il palazzo che conserva tutt'ora
l'aspetto originale: due corpi avanzati e più alti, a guisa di torri
quadrate, fiancheggianti un vasto corpo centrale ad un solo piano
nobile. Verso il giardino sono edificate due ali (di cui una sola
completa) racchiudenti uno spazioso cortile d'onore.
Il giardino del palazzo, originariamente all'italiana, viene profondamente
modificato intorno alla metà del 1700 secondo i disegni del marchese di
Rivalba, che ha abitato a lungo a Parigi e riesce a persuadere il conte
Solaro, suo cognato, a creare un giardino alla francese, con prospettive
ampie e recessi a sorpresa.
Del fastoso progetto solo qualcosa viene realizzato; la geometria dei
viali, un labirinto (che ora non c'é più), i portici e le prospettive di
verdura, qualche recesso animato da acque correnti...
L'interno del palazzo é decorato in più riprese da vari artisti. Oggi si
possono ammirare bellissimi fregi lungo i soffitti lignei di alcuni vasti
ambienti. Nell'antica camera da letto ad alcova, oggi sala da pranzo, il
fregio rappresenta scene mitologiche con Ninfe, Nereidi ed allegri
Tritoni, mentre la sala del bigliardo rievoca il mito di Enea.
Tra i soffitti dipinti risaltano quello a motivi architettonici eseguito nel
1779 dal Vacca, noto pittore torinese, nella camera da letto detta "delle
Esperidi" per i grandi quadri che rappresentano il mito e quello del
salone "del Brobbio" dipinto ad arabeschi di stile Luigi XIV su una
enorme tela.
All'Ottocento ( Luigi Filippo) si deve un artistico gabinetto da toeletta ,
mentre la cappella e la biblioteca presentano decorazioni tratte da
antichi disegni. Purtroppo quest'ultima é rimasta gravemente
danneggiata alcuni anni fa a causa del cedimento della pavimentazione.
Oggi il palazzo conserva intatto l'arredamento originario: la serie
iconografica completa dei conti Solaro, i grandi ritratti sabaudi (dono
degli stessi principi), le stampe antiche, i cimeli del conte Clemente
Solaro, ministro del re Carlo Alberto, costituiscono una memoria storica
di valore inestimabile.
LA TORRE CIVICA DI MARGARITA.
La torre del Ricetto di Margarita risalente al secolo XIII ricalca le forme
tipiche dell'architettura gotica dei palazzi comunali. Benché molto lontana
dai virtuosismi costruttivi tipici di quell'epoca (era la porta di una
fortificazione rurale), ne interpreta con spirito originale le forme.
Il grande volume quadrangolare si innalza ampliandosi a due terzi
dell'altezza con un coronamento che si stacca in aggetto da una cornice
di archetti pensili. E' questa la cella campanaria costruita nella seconda
metà del Settecento.
La raffinata rispondenza verticale tra pieni e vuoti si conclude con le
tre luci sormontanti la primitiva merlatura alla -ghibellina, a coda di
rondine, (evidenziata nel restauro del 1930) di cui l'arco centrale (a
tutto sesto) ripropone, con ridotte proporzioni, l'effetto del grande
portale di accesso a sesto acuto. La policromia dell'opera muraria, con
gli stemmi affrescati all'imposta degli archetti pensili (al centro quello
del Comune ed ai lati quelli dei Solaro e dei Lovera) restituisce ormai
solo in parte l'effetto originale, che certamente doveva essere notevole,
con le grandi figure affrescate dei Santi Cristoforo ed Antonio ai lati
del portale di accesso e gli emblemi dei Savoia e dei signori di Morozzo,
oggi appena intuibili; sul coronamento dell'arcone ogivale.
Sulla casa a sinistra della torre si nota ancora la sagoma dell'antico
portico aperto dove venivano redatti gli atti del comune di Margarita
"sub porticu turris" come ci attestano numerosi documenti.
Accanto alla torre, sul lato destro, é ancora visibile la scritta a
caratteri gotici "Forno di messer lo Conte", che risale a oltre cinque
secoli fa. Tale forno era compreso nei diritti feudali degli antichi
consignori di Morozzo e quando, nel 1619, Margarita viene infeudata al
conte di Mombasiglio, nell'investitura viene esplicitamente dichiarato íl
diritto sul forno e sul mulino con facoltà di "proibire a chiunque di
andare a cuocere ed a mollere altrove, fuorché nei forni e mollini del
signor -Conte della Margarita".
IL CASTELLO E LA TORRE DI ROCCA DE BALDI.
L'attuale CASTELLO, che si- innalza nel cuore del paese con le pareti
dipinte in rosso scuro e la torre merlata a coda di rondine, é il
risultato di alcuni rimaneggiamenti subiti nei tempi.
Il nucleo originario dell'edificio comprende sia i vani che danno sulla
strada sia la torre merlata (torre di Agnese) e risale probabilmente alla
fine del XII secolo.
Verso la fine del 1600 il castello viene ingrandito verso nord con
l'aggiunta dello scalone e di alcune camere attigue.
Nel 1710 il .:marchese Gaspare Filippo di Morozzo fa costruire una nuova
ala dell'edificio, attualmente dipinta in rosa.
Dinanzi a quest'ala più moderna, progettata da Francesco Gallo (uno dei
maggiori architetti del Monregalese) si apre uno spiazzo sul quale si
affacciano la chiesa parrocchiale ed alcuni antichi portici.
Un'altra costruzione caratteristica di Rocca de Baldi é la TORRE
CIVICA, trasformata in seguito in campanile della chiesa parrocchiale.
La costruzione originale, anteriore al 1250, non era molto alta, arrivava
forse al livello della terza finestra dove, sul lato sud, si può ancora
oggi notare effigiato il giglio angioino dipinto. in rosso.
La soprelevazione della costruzione risale probabilmente al tardo
Medioevo (XIV-XV) quando fu costruita la parte alta del campanile con
la cuspide esagonale ed i quattro pinnacoli. Sul lato est é da notare la
finestra più bassa, una bifora, l'unica rimasta in tutta Rocca de Baldi.






LOCALITA', ABITAZIONI E VECCHIE CASCINE DI MOROZZO.
La Fabbrica, S . Quirico, la Ferrera, Torre Rossa, la Torretta, la
Torrazza sono i nomi di antiche cascine di Morozzo, ora quasi tutte
ristrutturate. Alcune conservano ancora la costruzione originale con
porticati, torri e cappelle come la Fabbrica, S . Quirico, la Ferrera; altre
hanno subito numerosi mutamenti che rendono quasi impossibile
riconoscere gli elementi antichi. I nomi indicano chiaramente l'origine
medioevale e tutte mantengono quasi inalterata la vecchia torre da cui
gli antichi padroni controllavano il territorio circostante.
Permangono immutati i nomi delle regioni del paese: la PESCHERA,
presso la cappella di S . Stefano; il TROGLIO, zona fertile attraversata
anticamente da una via romana; OSELLA, zona situata presso al bealera
di Carrù, dove un tempo si seminava il riso come si può notare dai
terreni divisi in larghi riquadri; il MARTINETTO, così chiamata perchè
anticamente esisteva qui l'officina di un fabbro le cui macchine erano
azionate da una ruota ad acqua; PRAFORCHETTO, che deve il suo nome
originale { Pra Falchetto) al falco, assai noto nei nostri paesi, che era
nello stemma gentilizio della famiglia Falchi di Peveragno, costretta a
cedere il suo territorio al comune di Morozzo con cui si trovava in
debito per tasse.
Le costruzioni più antiche del paese, oltre al santuario del Brichetto e
alla cappella di S . Stefano sono le case situate dietro la chiesa
parrocchiale sorte dall'antico nucleo abitativo che costeggiava le mura
del castello vecchio eretto sulla collina. Fra le varie abitazioni attuali è
assai difficile riconoscere qualche antica struttura medioevale, evidente
invece nelle strade strette , e tortuose, nelle costruzioni basse e
rinserrate quasi a sostenersi l'una con l'altra.
La situazione non doveva essere diversa già alla fine del 1700 se l'abate
Nallino nel suo libro sottolineava: "Veramente grave è la disgrazia nella
quale incorse Morozzo, poichè di tanti palazzi e case signorili di tanta
distintissima nobiltà che vi abitava nei secoli passati..., non si vede più
nulla di particolare, come se fosse stato un luogo di nessun conto e il
più miserabile delle nostre parti." "Una casa signorile doveva essere
quella che al presente serve di canonica, ma di tante altre abitazioni
non c'è più vestigio, nè memoria, nè tradizione alcuna."
Dietro la parrocchia si ritrovano ancora pochi resti della Bastita,
innalzata a difesa della porta del castello : le mura appaiono annerite in
alcuni punti perchè fu incendiata varie volte dopo lunghi assedi.
VECCHIE CASCINE DI MARGARITA.
Nel Ricetto di Margarita esistono tuttora molte vecchie costruzioni
ampiamente ristrutturate: il Comune, casa Sibilla, Casa Magliano, Casa
Massardi. Fuori dell'antica cinta muraria sono tra le case più antiche
quella a piccoli portici, probabilmente nel secolo XVI sede dell'
Hospitale di Margarita e l'altra che vi è contigua, casa Steri: entrambe
portano sulla facciata un affresco raffigurante immagini della Vergine e
di Santi. Al di fuori dell'abitato vi sono antiche cascine sorte verso la
metà del 1400 e del 1500: il Gravino, il Chiosso, la Monaca, Castello. Le
storie più interessanti riguardano Castello e la Monaca.
CASTELLO deve il suo nome al fatto di essere stata un tempo la sede
della giurisdizione monregalese su Margarita. E' ancora oggi visibile lo
stemma di Mondovì al sommo della capriata del tetto. Mondovì teneva qui
la guardia, eventuali soldati e forse vi era anche una specie di guardina
(locale prigione) per gli ubriachi ed i violenti. Nel 1600 la costruzione
viene trasformata in fabbricato rurale e venduta per 6000 scudi d'oro
che Mondovì deve al duca di Mantova sposo di Margarita di Savoia.
L'antica torre ed il ponte levatoio sul fosso che scorre lì presso sono
stati distrutti quando la costruzione é divenuta casa agricola, per far
posto alla stalla e ad un ponte fisso.
LA MONACA é senza dubbio il cascinale più antico e più storico del
territorio. Il più piccolo dei due fabbricati rurali, verso la riva di
Brobbio, é il primo costruito fuori dal Ricetto ed il suo nome era
"Grangia di S . Nicolò" come risulta da un atto del 1222 e fu data in dote
a Giordana De Brayda che prendeva il velo presso le monache di
Pogliola. Il fabbricato serviva sia per stanza al collettore del convento
sia a ripararvi le derrate.
Quando le monache sono costrette ad abbandonare Pogliola per rifugiarsi
a Mondovì Carassone, parte della loro proprietà finisce nelle mani del
comune di Mondovì per qualche debito contratto dalle religiose, l'altra
parte resta alle monache che poi la cedono al conte Solaro della
Margarita, i cui discendenti ne sono ancora gli attuali proprietari.
VECCHIE ABITAZIONI DI ROCCA DE BALDI.
Poche case in Rocca de Baldi conservano oggi un'impronta medioevale:
molte sono state demolite, alcune sono state ristrutturate, altre sono
cadute in rovina. Così già scriveva l'abate Nallino alla fine del 1700
(1788) : "La Rocca se non fu rasa al suolo, secondo il costume delle
guerre dei secoli passati, forse fu per la sua forte posizione o per la
valida difesa dei suoi abitanti o per qualche altro caso di fortuna, ai
nostri giorni incontra una fatalità ben diversa. Infatti le case disabitate
vanno in rovina da sole, e in ogni contrada si vedono distruzioni,
atterramenti e calcinacci." Notiamo alcune caratteristiche sopravvissute a
tanto danno...
CASA AIRALDI, poco lontano dal campanile, conserva un muro sulla
strada ornato da una cornice sostenuta da una serie di archetti pensili
in cotto e due finestre (ora murate) con archi ogivali.
Più avanti ecco CASA TEALDI (Rolandone) con alcune formelle in cotto
riproducenti un fiore, contornate da una sottile cornice, uguali a quelle
che si trovano nella cappella di S . Rocco datata 1529. Quindi anche casa
Tealdi risale a quel periodo. All'interno alcuni soffitti sono ancora in
legno come in una piccola abitazione situata nelle vicinanze in cui
resistono alle varie trasformazioni anche un caminetto e la
pavimentazione in cotto. Anticamente essa fu sede di una confraternita,
forse di S . Rocco tenendo presente la devozione verso questo santo
propria di queste zone specie durante le epidemie di peste.
La più antica e bella abitazione rimasta in Rocca de Baldi é certo CASA
LIBOA': una costruzione a due piani in cui troviamo al secondo piano
soffi+ti in legno così curati nella fattura che fanno pensare che essa
fosse l'antica sede del comune. La parte più interessante della
costruzione é però una scala a chiocciola in muratura che parte dal
cortile e collega la cantina interrata a tutti gli altri piani della casa.
All'ultimo piano vi é una loggia con colonne in muratura, a cui pietre
rudimentalmente squadrate fungono da capitelli, coperta da un tetto con
travi in legno.
Ultimo elemento caratteristico medioevale é il porticato di una casa di via
Briatore, testimone di una costruzione antica in quel luogo.









CHIESA PARROCCHIALE DELLA NATIVITA' DI MARIA VERGINE.
La prima chiesa parrocchiale di Morozzo sorgeva, secondo l'abate
Nallino, dove ora vi é la cascina "Chiesa Vecchia": era una costruzione
a tre navate in stile romano-gotico. L'edificio, alla metà del 1600
risultava ormai così rovinato che i Morozzesí decisero di abbandonarlo e
di costruire una nuova chiesa all'interno dell'abitato, nel luogo dove
sorgeva un tempo il Castelvecchio, utilizzandone in parte le mura
perimetrali.
Dopo circa 125 anni, la nuova costruzione risultava già pericolante e
miserabile, tanto che il vescovo ne dichiarò l'interdizione nel 1725 e
stabilì che fosse costituita in parrocchia la Confraternita fino al termine
dei lavori di ricostruzione.
La nuova parrocchiale venne così riedificata nel 1728, su progetto
dell'architetto Francesco Gallo e portata a termine nel 1740 con
l'impegno dei benefattori e di tutto il popolo.
Il campanile (del 1755), la sacrestia e il coro (del 1760), l'altare
maggiore (del 1761) sono opera dell'architetto monregalese Francesco
Giuseppe Trona.
Di linee barocche severe si distingue per la sua semplicità.
L'interno, ad una sola navata, conclusa da un'abside semicircolare, ha
la forma di una grande croce. Sulla parete di fondo, sopra l'altare
maggiore, domina un bellissimo dipinto che rappresenta la natività di
Maria Vergine. Nel quadro appare la Madonna bambina tra le braccia di
S . Anna, guardata amorevolmente dal padre, S . Gioacchino .
Alla sinistra ed alla destra del dipinto vi sono due affreschi che
raffigurano il Natale e la Pasqua di Resurrezione.
La chiesa é resa più maestosa da un bel pulpito in noce,
costruito da Lorenzo Cardone su disegno di Bartolomeo Gallo. In fondo
alle pareti laterali si notano due nicchie : a sinistra é sistemata la statua
del Sacro Cuore di Gesù, a destra quella del Cuore Immacolato di Maria.
Al centro delle pareti spiccano due altari detti "del Rosario" e "del
Suffragio". Nel primo é raffigurata la Madonna del Rosaricí con Santa
Caterina e San Domenico; nel secondo sono dipinte le anime del
Purgatorio.
Sulla-parete di fondo, sopra la bussola dell'ingresso principale, appare
la tribuna dell'organo, costruito dopo il 1800 dal Vittino. Nella cupola
ovale é raffigurata la Madonna Assunta in cielo accompagnata dagli
angeli.
Nel 1972 il restauratore Nino Perlato ha ripulito le figure ed ha rifatto
le decorazioni interne della chiesa.
La muratura esterna é in mattoni a vista, terminanti con uno zoccolo di
pietra lungo tutto il perimetro. Sulla parete destra si notano resti di
formelle decorative ed il dipinto di una meridiana .
LA CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARGHERITA.
L'attuale chiesa di Margarita rappresenta già la seconda sede della
parrocchia di 5. Margherita la cui erezione canonica avvenne tra il 1620'
ed il 1640, mediante smembramento della "Pieve matrice", assai più
antica, di Morozzo; viene ben terza nella successione degli edifici
ecclesiastici del paese.
Una primitiva chiesetta, non parrocchiale, di origine medioevale, era
ubicata, prima del 1500, nella punta estrema dell'antico borgo di
Castelletto, in seguito chiamato Ricetto o Ghetto. Si trattava di una
specie di "chiesa castellana" per il piccolo borgo cinto da mura che,
allora, poteva contare attorno ai quattrocento abitanti. Essa risultava
intitolata a S . Margherita, dal cui nome lo storico borgo abitato prese la
denominazione di "Margarita di Morozzo" e dipendeva dalla chiesa madre
e dalla Comúhità civica di Morozzo.
Venne distrutta, molto probabilmente, insieme al Castelletto margaritese,
ai tempi delle dure lotte tra Morozzo e il potente comune di Mondovì, tra
la fine del secolo XV e la prima metà del secolo XVI. In seguito, poichè
ormai la comunità di Margarita aveva cominciato ad espandersi al di fuori
delle mura del chiuso Ricetto, sorse una seconda chiesa ubicata nel sito
dall'odierna Parrocchiale. Costruita verso la fine del 1500 e sempre
dedicata a S.Margherita, aveva tre navate non eguali e presentava un
altro orientamento : con la fronte prospiciente la strada Margarita-
Morozzo. Dipendeva ancora dalla parrocchia di Morozzo, ma godeva di
ampia autonomia e disponeva del Fonte Battesimale e di Sepoltura.
Chiamata "Rettoria" perchè retta da un sacerdote che portava il titolo di
rettore, nel 1582 annoverava 638 "anime".
Ai primi decenni del 1700 la costruzione risultava già insufficiente, oltre
che decadente e, pertanto, la comunità margaritese decide di
riedificarne un'altra. La proposta viene approvata dal vescovo di
Mondovì, mons. Giovanni Battista Isnardi che possiamo considerare il
mecenate dell'architetto Francesco Gallo al quale vuole che vengano
affidate tutte, o quasi, le costruzioni sacre diocesane dell'epoca.
Francesco Gallo (1672-1750) nativo di Mondovì è considerato uno dei più
apprezzati architetti del tempo e la chiesa di Margarita appartiene al
periodo culminante della sua arte.
Il comune, per primo, finanzia in parte l'ingente spesa di costruzione,
appoggiata soprattutto dal nuovo prevosto don Sebastiano Mondino da
Mondovì che incontra la generosa collaborazione delle "compagnie
religiose", allora potenti, le quali versano tutti i fondi delle loro rendite
e raccolte.
I lavori, durati ben 27 anni, iniziano il 29 giugno 1725 e vedono il
concorso di tutta la popolazione, che offre la propria manodopera, anche
se non mancano contrasti e sospensioni temporanee dei lavori. Nel 1745
la costruzione muraria può dirsi terminata: la struttura rettangolare
della chiesa a novata unica ripete lo schema proprio di altre chiese
progettate dal Gallo, senza presentare caratteri eccezionali, ma è
conclusa con ottimi risultati pratici sul piano di una facile visibilità
dell'ampia area liturgica da ogni angolo dell'aula ecclesiale.
Iniziano subito anche le opere ornamentali e di finitura volute dal
progetto e richieste dalle esigenze stilistiche barocche quali il grande
cornicione, i capitelli, le lesene, gli archi, i basamenti, le varie
sagomature disposte nelle rientranze e lungo la navata.
Questi lavori, in muratura e stucco, vengono eseguiti da artigiani
monregalesi, certi Cipriano Beltramelli e Lazzaro Romeri.
Nel 1748 avviene la posa di una bella balaustra di marmi pregiati, opera
del "marmoraro" Carlo Quadrone di Mondovì; al 1749 risale il coro in
legno, opera del maestro falegname Giuseppe Giordano.
L'elegante campanile barocco (52 metri), progettato dall'architetto
Giovanni Battista Nicolis di Robilant, sorge dopo il 1767.
Alla fine del 1700 appartengono anche i fantasiosi stucchi
baroccheggianti che completano l'atrio d'ingrasso reggente la tribuna ed
i due archi che immettono nelle cappelle del vecchio Battistero e della
grotta di Lourdes.
Nel 1756 viene collocata, nel centro dell'abside, l'icona della santa
titolare; la bella tela viene attribuita alla scuola del celebre Claudio
Beaumont, pittore operante in Torino.
Sul lato esterno della navata principale della Parrocchiale, verso la fine
del 1700, viene affrescata dal margaritese Solfo Barberis una curiosa
meridiana "mondiale" costruita sulla latitudine di Margarita e posta in
rapporto con alcune importanti località del mondo.
Due iscrizioni ne spiegano il significato: "Errans errantes perlabilis
horas, umbra tui numero velox, tua fata" (come tua effimera ombra, segno
il trascorrere del tempo, mentre fuggono le ore per te stabilite dal
destino) e "Pinxít Solfe ,memor Patriae Barberis, amica litora Comoena
cuncta regente tulit" (Solfo Barberis ,memore della Patria, con la
protezione delle Muse, dipinse tutte le terre amiche.)
Gli anni 1847-48 vedono la decorazione pittorica ad opera dell'artista
peveragnese Giuseppe Toselli, che purtroppo muore cadendo dall'alta
impalcatura di 15 metri,quando la sua impresa é quasi terminata.
CHIESA PARROCCHIALE DI SAN MARCO.
Nel cuore di Rocca de Baldi si erge la chiesa parrocchiale di S.Marco,
eretta intorno al 1500, come dimostrano due affreschi scoperti nel 1939 a
fianco della porta d'ingresso.
Nel luogo sorgeva però già una cappella (del 1410) dedicata a Maria
Vergine, poi incorporata nell'attuale costruzione. Il primitivo edificio,
arricchito ed ornato per opera di varie famiglie, era a tre navate in
stile romanico-basilicale con tetto a vista più basso dell'attuale.
Su progetto dell'architetto Francesco Gallo, nel 1725 vengono eseguite
profonde modifiche : la volta romanica é rialzata e trasformata in forme
barocche; vengono eretti dei pilastri intorno alle colonne preesistenti;
viene costruita una nuova sacrestia e ridotto il numero degli altari
(cinque).
Della costruzione cinquecentesca rimane ben poco: un arco spezzato e
gli affreschi presso la porta d'ingresso (assai rovinati). In uno é
riconoscibile una figura femminile, forse la Madonna, attorniata da due
angeli, nell'altro si notano ancora due figure in piedi ai lati, una figura
assisa al centro e, sullo sfondo, esili colonne con un capitello fiorito.
La chiesa attuale ha tre navate a volta decorate e delimitate da arcate
ricche di stucchi e volute.
Fra le opere di rilievo sono da segnalare alcune statue lignee e di gesso
del Roasio ed il monumentale altare maggiore del 1668, concesso dalla
famiglia Morozzo della Rocca, ornato di marmi finissimi.
L'antico campanile era distante dalla chiesa ed a metà circa del paese,
cosìverso il 1700 viene costruito, sopra la vecchia sacrestia, un piccolo
campanile con una piccola campana per dare il segnale della messa alle
famiglie sparpagliate nella campagna. Sotto la cella campanaria sono
chiaramente visibili frammenti di formelle in cotto recanti la figura di un
fiore: formelle presenti in case e cappelle del paese costruite intorno al
XVI secolo.






IL SANTUARIO DEL BRICHETTO.
Al castello murato (castro murato), detto anche "castel vetero" o
castelvecchio, appartenevano numerosi edifici tra cui una chiesa dedicata
a S . Maria del castello murato come appare in un primo documento del
1018. In tale chiesa fu redatto nel 1173 l'atto di fondazione della Certosa
di Pesio, a cui i signori di Morozzo donarono i territorio montani della
Chiusa per la costruzione di una chiesa ad onore di Dio, della Beata
Vergine e di S.Giovanni Battista.
Quando Morozzo fu distrutta, (1240-1249-1317) la chiesa subì la stessa
sorte e dell'edificio non rimase che una piccola porzione. A metà del
secolo XV fu poi ricostruita ed alla fine del secolo (1491) Giovanni
Mazzucco decorò con affreschi il presbiterio e parte della navata con
episodi della vita della Vergine. In tempi successivi la costruzione fu
ampliata e rimaneggiata.
La cappella, a pianta rettangolare, ha un'unica navata. La volta del
presbiterio è a botte, mentre nella navata è a vela. La facciata è in
cotto con motivi neogotici. La costruzione si erge sul colle del
Brichetto, appena fuori Morozzo, ed è stata per secoli centro di
devozione mariana per i paesi vicini da cui partivano spesso processioni
di fedeli oranti.
Molti sono gli ex-voto che ornano la navata, a testimonianza della fede
della gente nella potenza e bontà della Vergine. A Lei si ricorreva in
caso di pericolo o di malattie, al suo santuario si andava per chiedere
aiuto o rendere grazie.

HANNO PARTECIPATO:
Classe A. Classell B.
- Allasia Gianluca.
Aimo
Andrea.
Boetti Giuseppe. - Aimo Simone.
- Bongiovanni Laura. - Avagnina Simone.
- Bongiovanni Mauro. - Bertone M. Luisa.
- Costamagna Enrico. - Cagliero Stella.
- Fulcheri Antonella. - Calcagno Luisella.
- Gazzola Alberto. - Dutto Cristina.
- Giordanengo Stefano. - Masante Silvio.
La Monaca Maria. - Mondino Elisa.
- Pagliero Samantha. Mondino Sabina.
- Quevedo M.Lorena. - Rossaro Cris.
Ratti Roberto. - Sevega Lorena
- Sanino Rosanna. - Veglia Carla.
- Serra Paolo. - Vinai Fabrizio.
- Servetti Ilenia.
- Viale Elisa.
INSEGNANTI.
- Educazione Artistica : Candida Rabbia.
- Storia : Caterina Botto - Rosa Marita.
LAVORO ESEGUITO NELL'AMBITO DEL "PROGETTO NATURA."
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"Terra di Abbazie. Testimonianze di vita
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